sabato 28 marzo 2015

Like soldiers on parade

The Clever Square - Nude Cavalcade

Questa sera al Bronson di Ravenna c'è il clamoroso release party dei nostri Clever Square! La band romagnola finalmente presenterà il nuovo album Nude Cavalcade, di spalla suoneranno i Modotti, a seguire ci sarà la Festa Anni Novanta e l'ingresso sarà gratuito fino alle 23. Direi che ci sono tutte le condizioni per ratificare la serata con il più convinto dei Ci Si Vede A Banco!

Il nuovo album dei Clever Square è il loro lavoro più completo di sempre. Quando mi hanno chiesto di scriverne in maniera un po' più "seria" di quello che faccio di solito qui sul blog non ho avuto esitazioni a dire che «i Clever Square parlano la stessa lingua che padri fondatori del calibro di Guided By Voices o Dinosaur Jr. hanno insegnato loro. I ragazzi macinano canzoni e dischi a ritmo impressionante, e nella loro già lunga discografia puoi ritrovare la fase più a bassa fedeltà, la fascinazione per il collettivo Elephant 6, l’inevitabile stagione Pavement / Silver Jews. Questo nuovo Nude Cavalcade suona come una sintesi di tutte queste loro anime e voci, un disco che diventa anche un modo per guardarsi allo specchio e rendersi conto di essere ancora “too proud to be ready to choose”, come canta African Dome. Si passa dalla festa Lemonheads di Perfecto alla rabbia Sebadoh di Stygian Decimator, dall’incedere slacker di Crystal Spaceships, alle carezze acustiche di Lord Garbage o Dream Eater (che vedono alla voce rispettivamente Mirko e Stefano), al pop esuberante e coinvolgente di Highly Effective Solutions. Se i Clever Square fossero una band come tutte le altre diremmo che Nude Cavalcade rappresenta il classico “disco della maturità”, ma la musica di questi ragazzi ci racconta invece che ci sono già arrivati da un pezzo, almeno da tre decenni».

(mp3) The Clever Square - Perfecto
(mp3) The Clever Square - Higly Effective Solutions

venerdì 27 marzo 2015

What remixed means

What Contemporary Means – Succeed Remixed

Con i What Contemporary Means ho un conto in sospeso. Anni fa sono venuti a fare un live a "polaroid alla radio" e io mi sono perso il podcast. Non me lo sono mai perdonato e da quel giorno ogni nuova uscita della band bolognese, ogni nuova data che mi compare tra gli inviti di facebook, gira il coltello nella piaga. Ora è arrivata una nuova raccolta di remix ed è la goccia che fa traboccare il vaso. Basta facepalm: è ora di ballare. L'anno scorso i régaz avevano pubblicato l'ottimo Succeed EP (vinile per Fallo Dischi e digitale in free download) che riassumeva bene la loro idea di musica: un pop-matematico inzuppato di tensioni emo che si colorava di elettronica. Nervosi e sentimentali in eguale misura: mi piace, mi ci sono ritrovato parecchio. In attesa che a fine 2015 arrivi finalmente l'album d'esordio vero e proprio, quelle cinque tracce sono state rimanipolate e rilette nelle maniere più diverse, dal balearico al glitch-pop, "e addirittura vaporwave" (questo l'hanno scritto loro e mi piaceva lasciarlo). I complici coinvolti sono, in ordine di apparizione: Johnny Paguro, Comakid, Nas1, Everlasting Joy e Osc2x. Insomma, una balotta niente male, con idee molto chiare su come far muovere una pista. Anche questo Succeed Remixed EP è in free download e direi che scaricarselo è il modo giusto per far partire questo weekend.

giovedì 26 marzo 2015

Forget that I've loved you


«Secret song from the past unveiled: This Is Goodbye was recorded in the Summer of 2008 in a flat in Greenwich Village (accompanied by sirens and all) but never released. It was just too sad to be revealed to the world. Time heals all wounds though, so here it is for you.» [El Perro Del Mar]


El Perro Del Mar This Is Goodbye (demo)

mercoledì 25 marzo 2015

Don't let this sadness become who we are

Trust Fund - No One's Coming For Us

Avevamo detto che non ci saremmo passati mai più. Avevamo detto che dovevamo parlarne. Affrontiamo questa cosa subito, prima che sia troppo tardi. Tu dici che ora non vuoi più morire: parliamo e non lasciamo che questa tristezza diventi ciò che siamo. No One's Coming For Us, album d'esordio dei Trust Fund, si apre in questo modo brutale: Sadness non racconta il dramma di un suicidio, che avrebbe spazzato via tutto, ma la spossante fatica dell'affrontare il giorno dopo di chi non ce la fa ad ammazzarsi, la pena di capire come tornare a qualcosa di simile alla vita normale, capire come andare avanti. All'altro capo del disco, a chiudere la scaletta, c'è Unwieldy Foam, in cui si abbandona una casa dopo una separazione. Solo che la separazione è avvenuta quattro anni prima ("four years have gone to waste"). Sembra impossibile staccarsi dalle più piccole cose, anche dalla polvere, dalle penne ormai inservibili: "your stuff is mainly dust now, I still carry it around from house to house". Da qualche parte dentro di me continuo a parlarti, vorrei anche rivederti ("I want to know your face is ageing"). Una tristezza patologica, che potrebbe essere la stessa premessa della canzone di apertura. L'intero No One's Coming For Us sembra descrivere questa circolarità, l'ossessività dei pensieri che ci sommergono quando qualcosa si spezza per sempre. Non si parla più d'amore, né della sua mancanza. A volte si parla del parlare d'amore, in estenuanti tentativi di chiarimento, scuse, giustificazioni: "I'm not here to make you feel anxious or afraid" (Forevre). Più spesso si parla di qualcosa che è passato, che non può più succedere eppure non riesce ancora a congedarsi dal presente: “millions of times in this park we have spoken / in the rain I laid my head on your lap and I said it was over" (Jumper). Ci sono momenti in cui l'attaccamento si fa morboso: "I can't even finish breakfast without texting you. I'm sick" (January), mentre la disperazione raggiunge una dimensione quasi maniacale: "baby, I don't think you understand that after the last time you literally aren't allowed to leave me" (Essay To Write).
Trovarsi a leggere questo disco con un'attenzione appena superiore a quella che concediamo oggi ai nostri ascolti musicali (più che altro rapidi aggiornamenti per ragioni di socializzazione) può essere francamente straziante. Sono consapevole che potrei essermi costruito un'idea del tutto distorta di quello che i Trust Fund cercano di dire. Il frontman Ellis Jones in un'intervista sembra prendere le distanze da queste canzoni e dal tentativo di interpretarle in maniera troppo personale. Eppure fanno male, malissimo, e anche una scarna ballata come IDK, un desolato dialogo d'addio, può lasciare lacerati nella sua disarmante semplicità: "will it come back the same again? No, not really".
Musicalmente la band di Bristol, nei passaggi migliori del disco (Cut Me Out su tutti), mette in pratica una versione lo-fi e da cameretta di una formula che potremmo definire grosso modo "alla Pixies", alternando repentini squarci di rumore e spavaldi riff di chitarra a parti acustiche e più fragili. Le recensioni lette in giro tirano spesso in ballo il riferimento degli Weezer. A me sembrano più affini i cari vecchi Envelopes, che avevano canzoni altrettanto belle, ma che al posto della componente sentimentale dei Trust Fund giocavano la carta surreale (e forse per questo non hanno raccolto il successo meritato). Ellis canta spesso in un falsetto ostinato, che a tratti potrebbe indispettire, soprattutto se contrapposto alla delicatezza dei temi. Eppure alla fine tutto funziona, e No One's Coming For Us non mostra un attimo di cedimento, anzi, non concede un attimo di tregua, nemmeno quando sembra farsi più intimo. Disco strepitoso, feroce ed equilibrato in maniera sconcertante: se consideriamo che si tratta di un debutto, sono pronto a scommettere che l'indiepop ha trovato una nuova grande band.

(mp3) Trust Fund - Essay To Write
(mp3) Trust Fund - Cut Me Out

martedì 24 marzo 2015

Switch me on

The Fireworks - Switch Me On

Nome più azzeccato i Fireworks non potevano sceglierlo. Con quel suono esplosivo e dirompente, forse non vanno tanto per il sottile ma sanno garantire divertimento dalla prima all'ultima nota. Il loro album di debutto, finalmente arrivato dopo un paio di singoli sempre su Shelflife, rincara la dose e si intitola Switch Me On: grazie ragazzi, ne avevo davvero bisogno. Guitar pop veloce e senza fronzoli, con quel pizzico di arroganza di cui nell'indiepop a volte si avverte il bisogno, e pieno di melodie terse e super pop. L'idea resta la stessa: prendere quel suono fragoroso che deriva dai Buzzcocks, filtra successivamente nei vari Razorcuts, Girls At Our Best!, Flatmates, Wedding Present e Popguns (non a caso, qui alla batteria troviamo Shaun Charman, che ha militato proprio in queste ultime due formazioni) e renderlo attuale, magari addolcendolo grazie alla voce di Emma Hall dei Pocketbooks. A lei tocca il compito di cantare una buona metà dei pezzi, tra cui i migliori della corposa scaletta, Tightrope e Runaround, e io la trovo perfettamente in parte. Quando prende il suo posto Matthew Rimell dei Big Pink Cake i Fireworks sono capaci di tirare fuori un carattere più aggressivo e più amaro, come in Which Way To Go oppure Back To You. Insomma, Switch Me On è un album di indiepop che a prima vista non cambierà la storia della musica, nemmeno di questo piccolo e trascurato genere, ma che è capace di non annoiare mai e di arrivare dritto al punto come pochi altri.

(mp3) Fireworks - Tightrope

Piede Pernod

Piede Pernod @ Pastis - Bologna

Vi ricordate di Musica Sigillata, la bella rassegna che si teneva al Caffè Rubik? Come forse saprete, si è presa un anno sabbatico (ma potete sempre riascoltare tutti i concerti su Bandcamp!). La buona notizia è che nel frattempo si è spostata un po' più in là, dalle parti di Via Belvedere, dietro il Mercato delle Erbe. Qui, tra le mura del bar Pastis, parte oggi un nuovo appuntamento: Piede Pernod: "ogni due settimane, giorno più giorno meno, un concerto e una mostra, che insieme fanno un motivo per esserci. Come il pernod e l’acqua che servono per fare il Pastis. Se ci metti solo l’acqua, è acqua. Se ci metti solo il Pernod, lo sai. Se invece li metti tutti e due, viene fuori il Pastis. Ma guarda un po’".
A inaugurare questo nuovo calendario, tra poco, a partire dalle 19.30, ci sarà Three Lakes, ovvero Luca Righi con il suo emozionante folk, affiancato da una installazione di Ida Bentinger ("un'installazione delle sue, una specie di albero bianco tentacolare che si insinua all'interno del locale, esce, fuma e torna dentro"). Il calendario delle prossime sorsate di pernod non è stato ancora diffuso, ma vi posso anticipare che comprende bei nomi come Cosmetics, Any Other, Paolo For Lee e Hilo, tra gli altri. Ci si vede a banco!



Three Lakes - Two Deserts

lunedì 23 marzo 2015

New Adventures In Lo-Fi live @ polaroid!

New Adventures In Lo-Fi live @ polaroid!

La settimana scorsa ho avuto di nuovo il piacere di ospitare sulle frequenze di Radio Città del Capo i torinesi New Adventures In Lo-Fi, che erano già passati negli studi di Via Mura di Porta Galliera un anno fa insieme ai Delta Sleep. I ragazzi hanno da poco pubblicato un bellissimo album intitolato So Far e sono venuti a presentarlo con qualche canzone unplugged, un po' di chiacchiere e gli immancabili brindisi. Il disco è anche in free download e fareste bene a procurarvelo, se vi piace quell'alt-rock americano classico, parecchio emotivo e da ascoltare magari a occhi chiusi. Il "lo-fi" e il calembour con i REM non c'entrano molto qui. La produzione è impeccabile e si respira un'atmosfera diversa, in qualche modo più raccolta e riflessiva, nelle nuove canzoni dei NAIL. Tornano alla mente certi Death Cab For Cutie o i momenti più tranquilli di band come Rogue Wave. Insomma, fondamentalmente, il suono di ragazzi tristi con la chitarra che raccontano quello che sta passando il loro cuore. Non posso resistere.
Il podcast completo della serata lo trovate qui, mentre queste sono le tracce che ci hanno regalato dal vivo:

New Adventures In Lo-Fi live unplugged @ polaroid alla radio
Radio Città del Capo - 2015/03/16
Fall Down
Daffodils
Nobody's Rest
Taken
 

sabato 21 marzo 2015

As I get older

Questa sera al Covo di Bologna succederanno due cose: prima si festeggiano i 10 anni di To Lose La Track con un poker di concerti da stendere chiunque: Delta Sleep (UK), Gazebo Penguins (performing Legna), Valerian Swing e Majakovich (tra parentesi: qui c'è la compilation dell'anniversario in free download - OBBLIGATORIA). Secondo: arriva un nuovo appuntamento con No Hope Kids, la serata indie rock dalla playlist perfetta. Ho avuto l'onore di partecipare con un pezzo alla loro fanzine di questo mese, e lo trovate qui sotto: il piccolo contributo di polaroid alle  celebrazioni per il primo giorno di primavera!


No Hope Kids fanzine - Bologna

Sono davanti a casa tua, la finestra è illuminata. Per un attimo penso di chiamarti, poi mi viene in mente che potresti essere con qualcuno. E se invece fossi sola: cosa faresti, scenderesti? E io, cosa spero? Magari di incontrarti per caso?
Questa è la scena iniziale di Center, una delle più belle canzoni dei QUARTERBACKS, band proveniente dalla cittadina di New Paltz, nello stato di New York. Tutto è nato da Dean Engle, giovane supplente di inglese che ha sempre scritto e registrato canzoni in cantina, e pubblicato cassette DIY che schiacciavano tipo sette pezzi in otto minuti. Center esiste in due forme: l’anno scorso era uscita dentro Quarterboy, in una commovente versione acustica, soltanto chitarra e voce. Ora è stata inclusa nel nuovo album omonimo pubblicato da Team Love, dove i QUARTERBACKS sono diventati un trio, teso punk hardcore all’apparenza, puro twee nella sostanza. Qui Center suona travolgente e fragorosa, ma la voce di Dean rimane sempre limpida sopra l’ansia e l’elettricità. Percepisci la sua sincera timidezza, il casino di tutti questi sentimenti e desideri che gli arrivano addosso e poi se ne vanno di colpo e lo lasciano pieno di domande. Non sta cantando, spesso non ne sembra quasi capace. Eppure sta facendo quello che a molti altri cantanti non riesce: sta rovesciando in una canzone, in maniera credibile, una sorpresa così totale e piena e devastante da sembrare un sogno a occhi aperti. E invece è li. È un miracolo. L’amore che muove l’adolescenza e che all’improvviso, un giorno di primavera come tutti gli altri, si scaraventa nella tua vita.
Le due versioni di Center hanno in comune una cosa: il modo in cui Dean canta un verso alla fine della canzone. Quasi non le noti, “as I get older”, quattro parole appena. Raccontano il tempo che è passato da quella scena di poco fa, ma è un tempo che Dean ha riempito ripensandoci spesso. “As I get older”: avrai voglia di scherzare, non hai nemmeno venticinque anni! “As I get older”, quattro parole appena, gli escono prolungate, come se fossero un sospiro, come se gli facessero male, eppure non potesse più staccarsene e gli servissero per arrivare in fondo alla storia, prima dell’ultimo pensiero che non vi svelo. Diventano la chiave dell’intera canzone, e forse anche di tutta la musica dei QUARTERBACKS. Se si potesse ridurre a una formula, immagino che la musica dei QUARTERBACKS potrebbe essere il risultato di: Amore moltiplicato per Tempo, fratto Esagerata Autoanalisi. Sono la maturità e la consapevolezza con cui tutti i brandelli di emozioni vengono raccontati a rendere i QUARTERBACKS davvero differenti e, vorrei aggiungere, importanti. La quantità di dettagli in cui Dean Engle riesce a scomporre tutto quello che prova, la maniera appassionata e sconcertante di notomizzare il proprio cuore, unite a un suono fragile e vigoroso al tempo stesso, in qualche modo unico, fanno della sua scrittura una delle cose più vive e forti e sorprendenti che si possano ascoltare oggi.

(mp3) QUARTERBACKS - Center

giovedì 19 marzo 2015

MAP - Music Alliance Pact #78

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- i giapponesi Caro Kissa, con un freschissimo aperipop alla Pizzicato Five;
- il colombiano Okraa e la sua elettronica alla Postal Service / Passion Pit, però senza malinconia;
- i portoghesi Tape Junk, con un rock'n'roll Sixties che parte scanzonato e quasi beatlesiano e poi prende una tangente freak di otto minuti, fatta di percussioni e chitarre lacerate;
- i greci Zebra Tracks, con una new-wave che forse non dice nulla di nuovo ma convince;
- i cileni Patio Solar, con un indiepop timido ma non troppo, che ricorda certe produzioni Elefant.
- e aggiungiamo pure un paio di nomi già noti su queste pagine e queste frequenze come l'irlandese No Monster Club e gli svedesi Virgin Suicide.

L'italiano selezionato questo mese è Giulio Fonseca, in arte Go Dugong, che ha da poco pubblicato il suo nuovo lavoro, A Love Explosion (anche in free download via Bandcamp). Il musicista piacentino ha abbandonato da tempo le sonorità shoegaze dei suoi esordi (gli indimenticati Kobenhavn Store!) e in queste nuove dieci tracce riesce a coniugare a meraviglia beat hip hop caldi e pieni di soul, appena sporcati di polvere sul giradischi, con le melodie romantiche di certe colonne sonore italiane Anni Sessanta e Settanta. Un lavoro affascinante, dal mood super positivo, che sa giocare ad essere leggero e primaverile senza per questo perdere in consistenza. Con i suoi ritmi polleggiati e i suoi campioni sempre di gran pregio, A Love Explosion dichiara di essere "a hymn to Love and lovers", e a giudicare dalla dose altissima di sensualità compressa dentro questi suoni ci riesce benissimo.

(mp3) Go Dugong - Imagine Me And You


Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di marzo, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

martedì 17 marzo 2015

Twerps live at Rough Trade NYC

Range Anxiety, il quarto album dei Twerps, è per me uno dei dischi più belli usciti in questa prima parte dell'anno (ne avevo già parlato qui), e quindi muoio dalla voglia di ascoltare finalmente la band australiana dal vivo. Aspettando di raggiungere la spiaggia del prossimo Beaches Brew, rendo l'attesa meno struggente con un report da Brooklyn, dove Valeria di TheTreesOfDreaming qualche sera fa ha avuto la fortuna di vedere i Twerps in azione e mi ha spedito questa istantanea:

Twerps live at Rough Trade NYC

Il Rough Trade NYC è la mia venue per concerti preferita di tutta New York. Sarà per quei soffitti alti, che danno un sacco di respiro, o per il negozio di dischi annesso, con la zona rialzata dove puoi stare seduto a lavorare, con il wifi e pure il ping-pong. È un po’ un’isola felice, rimasta intatta in questa parte di Williamsburg dopo che il ciclone VICE ha portato via Death By Audio e Glasslands. Questa sera la sala, immersa in una luce verde, è piena ma lontana dal sold-out. Arrivo con calma, prendo una birra e riesco a sgattaiolare in prima fila proprio mentre i Twerps iniziano a settare il palco. Il cantante Marty Frawley ci saluta con una forzata pronuncia americana e subito dopo ci informa che “ok, questo è tutto quello che so dire”. La sala ride. Sento che qualcuno gli fa il verso con accento australiano e ora è Frawley a essere divertito. Dicono che non sono abituati a questa folla dato che vengono da posti piccoli e con densità di popolazione ridicola, e fanno tenerezza dato che la “folla” non è di certo così numerosa. Soundcheck rapido con House Keys, il pezzo strumentale che apre il loro ultimo lavoro, Range Anxiety. Attaccano con quella che, dice Marty, è la prima canzone che abbia mai scritto, e che parla di come “the relationships are all about compromises”: I Fought Fings, dalla cassetta The Twerps del 2009. Tutti e quattro sono timidi e un po’ a disagio. Il bassista Gus Lord terrà lo sguardo fisso sulle scarpe per tutta la durata del concerto. Quello che esce dalle casse però è incantevole. Ancora una volta Rough Trade da lodare per il suono sempre perfetto.
Twerps live at Rough Trade NYC
Le luci passano da verdi a rosa, i Twerps suonano tre pezzi in fila dal nuovo disco: Adrenaline, I Don’t Mind e Back To You, che porta in questa fredda serata newyorkese un caldo vento estivo, e viene voglia di birre in spiaggia alle sette di sera. Wait Til You Smile, dall’ep Underlay, strappa un sorriso a tutti nella sala. Marty cerca di apparire disinvolto con scarsi risultati, si concede il gesto di leccare il microfono, voleva passare per ribelle ma rimane inesorabilmente twee. Dopodiché la scaletta prosegue pescando da tutti e quattro gli album della band australiana, Raft e Shoulders portano in primo piano la voce di Jules McFarlane che intona la sua cantilena fragile e infantile. Tornano a scuoterci con Hypocrite, le luci si fanno di colpo intermittenti, gialle e rosa, e sembra che anche i Twerps non se lo aspettassero. I fratelli McFarlane alzano sorpresi la testa, si guardano e ridono. Sugli ultimi quattro pezzi c’è confusione, parlano tra di loro sul palco: “we’re sorry we don’t know what we’re doing”. La scaletta è stata oggetto di discussione - tanto che Marty e Jules affermano con molto candore di avere litigato poco prima di salire sul palco. Infatti, quando alla fine del concerto acchiappo un foglietto con la setlist, noto che è stata cancellata e riscritta svariate volte, con penne e grafie diverse. Siamo agli ultimi pezzi. Durante Seasonal Feelings, il penultimo, vorrei ci fosse un po’ più coinvolgimento da parte del pubblico, mi accorgo che ballano poco questi americani: ma che fate, ma vi deve insegnare un’italiana come si fa festa? I Twerps intanto chiudono con Strangers e sotto il palco ce la godiamo tutta, gli ultimi raggi di sole di cui è meglio fare scorta per poter affrontare il prossimo mese: la primavera da queste parti è ancora parecchio indecisa.

(mp3) Twerps - Back To You

Twerps live at Rough Trade NYC

lunedì 16 marzo 2015

I am yours as if you're mine

Virgin Suicide

C'è la mano di Sune Rose Wagner dei Raveonettes dietro l'album di debutto dei danesi Virgin Suicide, in arrivo a maggio su Nordic Music Society, ma non aspettatevi feedback lancinanti e atmosfere noir. Qui si tratta di scintillante jangle-pop molto Anni Ottanta, in cui puoi trovare quell'abbandono della melodia alla Sea Urchins / Go-Betweens, ma anche quello slancio che fa tornare in mente certi Cure più primaverili epoca Wish o Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me Me. Insomma, per quanto mi riguarda, le aspettative sono già molto alte:


Virgin Suicide - Virgin Suicide

Ideal world

Girlpool - Ideal World

“polaroid – un blog alla radio” – s14e21

Most Valuable Players – Rymdångest (med Jens Lekman)
Girlpool – Ideal World
The Wave Pictures – I Could Hear The Telephone (3 Floors Above Me)
Emma Kupa – Half Sister
Belle and Sebastian – Perfect Couples
Skittle Alley – She’s Had A Few
Eternal Summers – Together Or Alone
Joanna Gruesome – Honestly Do Yr Worst
Virgin Suicide – Virgin Suicide

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The Orielles

“polaroid – un blog alla radio” – s14e20

Belle and Sebastian – Ever Had A Little Faith
The Orielles – Just Like Glue
Male Bonding – Still Ill (The Smiths cover)
Together Pangea – Badillac
Sauna Youth – Transmitters
Trust Fund – Essay To Write
Fever Dream – Serotonin Hit
Tree In One Gentleman Suit – Parallels
The Clever Square – Perfecto

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giovedì 12 marzo 2015

I'm sick of hearing about your band

DIET CIG - OVER EASY

La musica dei Diet Cig è il classico amico a cui manderei drunk text alle tre di un venerdì notte, quando pretendo di continuare a fare festa e sto per crollare, sono felice come un bambino e abbraccio tutti. Non sto dicendo di avere in effetti mandato messaggi sgrammaticati via facebook alla band qualche notte fa, non vi rivelerei mai nulla di tanto personale, ma le cinque canzoni in dieci minuti di questo Over Easy EP pubblicato da Father/Daughter, gioioso pop punk suonato con una sensibilità twee, traboccano una tale spontaneità e immediatezza da farti sentire come se le conoscessi da sempre. I Diet Cig sono un duo: Alex Luciano chitarra e voce, e Noah Bowman alla batteria. Le loro svelte composizioni, giusto per dare qualche riferimento, ci portano in zona All Girl Summer Fun Band, Tiger Trap o Dressy Bessy. Potete capire, all'inizio della primavera, quanto ci rimango sotto io a una roba del genere. Aggiungete versi di puro ed esuberante innamoramento adolescenziale come “Fuck all your romance / I just wanna dance!” oppure "Let's watch The Simpsons on my floor, pretend it’s 1994!" e il gioco è fatto. Se avessi la metà dei miei anni e non fossi in una band che suona cover di Cardboard tutta la notte probabilmente vorrei già ritirarmi e andare in pensione. Le recensioni serie parlano di un suono ancora acerbo, ma a me non importa niente, sono passati questi dieci minuti in un soffio e rimetto il disco dall'inizio.

(mp3) Diet Cig - Cardboard

mercoledì 11 marzo 2015

I only have your arms, and they hurt


La sparizione dei negozi di dischi, tra le altre cose, può privarti anche di quei piccoli piaceri fortuiti, tipo prendere in mano un disco, restarne stregato e letteralmente non sapere se è uscito tre oppure trent'anni prima. Ti guardi intorno tra gli scaffali, come se potessero suggerirti indizi, controlli di nuovo il bordo di cartone appena consumato della copertina, cerchi qualche informazione tra le note sul retro. Ecco, prendere in mano il vinile di Pear, il primo album di Danny James ti può lasciare disorientato. In effetti, è di tre anni fa: era uscito in cassetta su Burger Records e ora è stato ristampato, ma a tutti gli effetti sembra arrivare direttamente dalla metà degli Anni Settanta. Rock & Roll che prima si mescola al Funky e un attimo dopo si colora di lustrini Glam. Ballate zuccherose che immagini cantate da un giovane Elton John al pianoforte bianco, e poi cori grandiosi che rivelano influenze fuori dal tempo e dalle mode tipo Sparks, Sweet o ELO. C'è una compiaciuta pomposità in queste canzoni, momenti veramente da musical come That's Not The Plan, ma la band di Oakland sa dosare il "semplice" recupero di un immaginario tutto da rivalutare con quello che suona come sincero divertimento e un'ottima capacità di scrivere micidiali singoli (Tightlipped) per juke-box che non esistono più.
 


Danny James - Guantanamo Baby

DYD live @ Berghain Kantine

DYD - MAGIC
Un po' per fortuna, un po' perché mi sorprendevano sempre, qui su polaroid sono riuscito a seguire tutta la multiforme storia di quelli che ora si chiamano DYD: la loro evoluzione dalle radici più punk-funk, il transito per un pop sofisticato e infuso di r'n'b contemporaneo, fino alla piena maturazione elettronica. Chi li ha visti in azione dal vivo, già dai tempi dei Did, sa che è impossibile restare fermi di fronte alla loro musica. L'ultima fatica della band torinese è uscita da un paio di mesi sulla label tedesca Gang Of Ducks e vede la collaborazione in fase di produzione di Vaghe Stelle e Max Casacci. Si intitola Magic e li ha portati a suonare in giro per l'Europa assieme ai colleghi britannici Breton. Del resto il suono dei DYD sembra fatto apposta per essere esportato oltre i confini e le scene. E non a caso il loro nuovo video qui sotto è stato girato durante un clamoroso live al Berghain Kantine di Berlino, in pratica nei sotterranei di uno dei templi per eccellenza dell'elettronica mondiale. Passano gli anni e i nomi, ma lo stile e la passione sono rimasti quelli di sempre.



domenica 8 marzo 2015

I say fuck the stars

Most Valuable Players | Rymdångest (med Jens Lekman)(zeon light 058)

Sono passati ormai dieci anni da quando mi innamorai per la prima volta dei Most Valuable Players. Il loro debutto You In Honey arrivava sulla scia di dischi per me importantissimi come quelli dei Radio Dept. e dei Suburban Kids With Biblical Names. La band di Stoccolma aveva una sensibilità più complicata, sfaccettature che andavano dall'indiepop all'elettronica intrisa di jazz. Nel complesso direi che furono abbastanza sottovalutati, purtroppo. Poi sembrò che si fossero persi un po' per strada, come era successo a molte altre band che avevo amato in quella stagione. Il loro secondo lavoro, Left, arrivò soltanto nel 2013, e direi che non se ne parlò molto. Qualcuno scrisse che i MVP erano diventati "the swedish equivalent of bands like Prefab Sprout or Everything but the Girls", e in effetti l'analogia aveva senso. Ogni tanto, d'autunno, è capitato anche qui di ritrovarsi nella piacevole malinconia delle loro canzoni.
Poi questa mattina, domenica di sole fragoroso e promettente, un regalo inatteso: una canzone insieme a Jens Lekman, intitolata Rymdångest, dalla parola svedese che starebbe a indicare quel momento in cui "you lay on your back, and watch the stars, and it hits you just how tiny you are, how insignificant you are". Così, all'improvviso, la chitarra acustica dei Most Valuable Players e la carezza della voce del cantautore di Göteborg, e un'incredibile voglia di primavera scandinava. La canzone è contenuta nella raccolta Audio Anyways lll | A Cross of Flowers che, scopro ora, sarebbe la terza di una serie di cassette che i Most Valuable Players hanno pubblicato negli ultimi dodici mesi. Ottimo, c'è un sacco di musica da recuperare!



Most Valuable Players - Rymdångest (med Jens Lekman)

venerdì 6 marzo 2015

Polaroids From the Web

"Let kids put down their iPhones and go out" edition

Reality mode off - foto di Giulia Mazza

- «Music has no intrinsic market value. It can change the world, mend hearts, and break them, but it is not an asset. It’s not even a commodity. No piece of music is more valuable than any other: it is either popular, or less so. The only aspect of capitalism available to music is its use value, which is prohibitively variable. Whatever capacity music has to interface with commerce, it is subject to the whims of fashion, and the consensus of the marketplace»: ok, messa giù così sembra un po' troppo filosofico, ma il resto del bell'articolo di Chris Ott "The Future of the Future of Music", in cui si discute di streaming e guadagni per gli artisti, tra Spotify e Beat/Apple, è parecchio interessante.

- A proposito di campare con l'arte, su Studio c'è un articolo di Christiano De Majo che parla di Culture Crash: The Killing of the Creative Class di Scott Timberg, saggio che si occupa della (presunta?) scomparsa della classe media creativa.

- "Are music subcultures losing their definition?": una serie di domande importanti poste da Tish Weinstock su i-D a proposito del dissolvimento dell'idea di sottocultura in un'epoca in cui i movimenti giovanili sono vaghi e impalpabili, in prevalenza visuali, e sempre meno legati alla musica.

- Consoliamoci con il passato. Sul New Yorker c'è uno strepitoso resoconto di Kelefa Sanneh sulla storia del punk hardcore nella Grande Mela, dagli Ottanta in avanti: "United Blood - How hardcore conquered New York", da leggere.

- Una roba commovente a caso: "Douglas Adams made me a writer: Neil Gaiman salutes his friend and inspiration" (sul Guardian)

- Che siate fan o meno dello stile di Robert Christgau, credo che un suo libro di memorie sia comunque un documento abbastanza unico di un'era ormai chiusa e lontana della critica musicale. Se ne parla in una bella intervista su Brooklyn magazine.

- La foto in cima a questo post è di Giulia Mazza, fotografa e musicista (His Clancyness, A Classic Education). Questa sera verso le sette da ZOO (Strada Maggiore 50/A, Bologna) inaugura una sua nuova mostra intitolata "Reality Mode Off" (ne parla oggi anche Repubblica), con le fotografie tratte dal volume uscito da poco per Galleria Disastro. Live acustico di Second H. Sam  e dj set a cura di Germanarama e AliceMalice (Sound&Vision su Radio Città del Capo).

- Mentre scrivevo queste righe stavo ascoltando la compilation Without A Trace, prima uscita tutta digitale della tape label Mirror Tape Universe. Ventiquattro tracce, per la maggior parte inedite, che non solo celebrano la storia dell'etichetta statunitense, ma anticipano anche un bel po' di quello che succederà nei prossimi mesi. Ed è in free download!


Caténine - Don't Wait

Past Future Perfect

 Past Future Perfect

Alessandro Paderno dei Le Man Avec Les Lunettes (tra le altre cose...) e Lorenzo Caperchi del Red Carpet Studio (già al lavoro con nomi come Massimo Volume, M+A e Be Forest) hanno lanciato un nuovo progetto chiamato Past Future Perfect (sì, proprio come la canzone degli Ocean Blue). In pratica, dato che i due si divertono un mondo nel loro studio di registrazione, hanno deciso di invitare ogni mese diversi musicisti a registrare una canzone nuova insieme a loro. L'idea è quella di collaborare e finire il lavoro in un paio di giorni, per poi pubblicare tutti i risultati sul sito pastfutureperfect.tumblr.com in free download. Chissà che alla fine non ne esca qualcosa di più. Inaugura la serie Giovanni Ferrario, musicista e produttore da oltre vent'anni sulle scene (Micevice, Scisma, Cesare Basile, Morgan...), con una multiforme suite di quasi dieci minuti, tra divagazioni chitarristiche notturne e melodie che sembrano liquefarsi al sorgere del sole:



Giovanni Ferrario - Febbraio

martedì 3 marzo 2015

The book of you, the book of me

Girls in Peacetime Want to Dance by Belle and Sebastian

Caro Stuart,
sarò sincero con te, dopo vent’anni sento di doverti dire tutto. Del resto, cos’altro resta da dirsi dopo vent’anni? Ho questo problema con il nuovo disco dei tuoi Belle and Sebastian, che pure si è guadagnato buone recensioni praticamente dappertutto. Mi sembra di conoscerti benissimo e al tempo stesso di non conoscerti più. Ci sono gesti che so a memoria, di una tenera familiarità, e ci sono costumi nuovi che mi lasciano sconcertato. Dopo tutto quello che c’è stato tra di noi, posso avere il diritto di dire che mi sento a disagio in questa musica? Fosse il disco di uno qualunque non ci farei caso. Ma tu sei tu, sei sempre stato tu. E anche se ultimamente eri sembrato più distante, perso dietro quella tua idea del film e di God Help The Girl, io ci tengo ancora, e mi importa di tutto quello che fai. E anche se per questo disco sembra che la tua nuova etichetta ti abbia fatto rilasciare più interviste che in tutto il resto della tua carriera, regalando a chiunque dettagli e confidenze senza risparmiarti, senza salvare un velo di mistero, io resto sempre qui ad ascoltarti.
D’accordo la catarsi e tutto il resto, ma sono anche vent’anni che in un modo o nell’altro racconti questa storia della Sindrome da Fatica Cronica, e ho ascoltato anche questa nuova Nobody’s Empire. Non è che solo per il fatto di essere "la più personale”, una canzone diventa automaticamente anche la migliore. Cosa stai cercando di dirmi quando canti: “We are out of practice, we’re out of sight / on the edge of nobody’s empire / If we live by books and we live by hope / does that make us targets for gunfire”? Stiamo parlando della malattia e della guarigione come una metafora, vero? E quale tipo di impegno politico dovrei leggerci dentro? E se non è solo impegno, ma in qualche modo si parla anche di fede, qual è il messaggio? Perché non ti seguo più? E perché anche la melodia mi sembra così stucchevole? Ed è solo la prima canzone dell'album!
In generale, Girls in Peacetime Want to Dance è stato presentato come il disco in cui i B&S sono diventati electro-pop perché le canzoni hanno i synth (cosa, d’altra parte, solo parzialmente vera). A me invece è sembrato, in buona parte, come un disco senza canzoni dei B&S, con i synth o meno. Il problema di Enter Sylvia Plath, tanto per fare un esempio, è più il fatto di essere una noiosa cover di terza mano degli Abba, che l’accozzaglia al galoppo di arrangiamenti fin troppo sgargianti che si porta appresso. Oppure, per restare sulle tracce più “disco”, prendi The Power Of Three: sembra una b-side di Sally Shapiro. E io, lo sai, adoro Sally Shapiro! Ma nonostante Sarah Martin sia perfettamente nella parte, la sua bella voce non potrà mai sembrare convincente quando canta alcune delle strofe peggio scritte di tutta la vostra discografia (oroscopi? muoversi nello spazio e nel tempo? Holmes e Watson?). E cosa ti è saltato in mente di piazzare quella specie di polka in mezzo a The Everlasting Muse? Volevi distogliere l’attenzione da qualcosa? A un certo punto cominciano pure a battere le mani ubriachi!
Non ti riconosco. O meglio, ti riconosco ma non capisco bene cosa stai facendo. Sei cambiato tu o sono cambiato io? Perché non mi sento più a casa qui? Ci sono un paio di momenti in cui torni a fare lo Stuart che tutti ricordano. Ever Had A Little Faith è di una delicatezza commovente (“you will flourish like a rose in June”) e potrebbe essere uscita da If You're Feeling Sinister. Ma sembra sperduta in fondo alla scaletta: devo pensare che tu stia soltanto cercando di accontentarci? Che sia un modo per tenerci buoni, indossando una vecchia maschera di abitudini che non ti interessano più? Siamo arrivati a questo, alla recita? E guarda cosa mi costringi a fare: considerare i tre minuti di divertissement che hai concesso a Stevie Jackson come una delle migliori canzoni dell'album. Non negarlo: l'amara satira di Perfect Couples gioca sofisticate citazioni tra Stereolab e Steely Dan con una spensieratezza che il resto di Girls in Peacetime si sogna!
Non ho mai avuto problemi con i repentini cambi di direzione che hai dato alla tua carriera e alla band (non è vero: li ho avuti, ma ti ho sempre seguito), però lasciami dire che questa volta non capisco dove stai andando. Stai cercando nuovi fan? Non ne potevi più del santino twee in cui, nonostante tutto, ti trovavi ancora relegato? Ci stai dicendo che dobbiamo crescere?
In Play For Today (che vede la partecipazione di Dee Dee delle Dum Dum Girls) racconti di sentirti "dentro una recita che parla di un ragazzo stanco e malinconico". E mentre la canzone procede ti accorgi che "life is a road / death is a myth / love is a fraud / it's misunderstood". Arriva una ragazza a spiegarti che "you're king inside your head" mentre un coro invoca perentorio "Author! Author! Author!". Ti convinci che "siamo tutti più belli quando siamo sullo schermo", e concludi (se questa può essere una conclusione) che "the backstage of your life / is filled with echoes of the ones you loved". Mi sembra un punto d'arrivo un po' debole e, soprattutto, espresso in un modo che non è proprio alla tua altezza. Ho troppe pretese?
Ma se ognuno deve andarsene per la propria strada, tanto vale farlo chiudendo con una strofa di The Book Of You, una canzone minore di questo disco che non sarà quello per cui sarai ricordato, una canzone più semplice ma che tutto sommato trovo più sentimentale e sento più vicina. Non la canti nemmeno tu.
Everyone's a thread
We're woven together
Read it in the tears and fraying edges
Read the book of you, the book of me
We're fading into memory
But something is left
A gesture, a phrase or a photograph,
The warp and weft.


(mp3) Belle and Sebastian - Ever Had A Little Faith