giovedì 16 aprile 2015

We can call it whatever

The Memories

Nel caso questo fosse l'ultimo post per un po' di tempo su queste pagine, non vi preoccupate: è solo che questa sera tra le mura del Freakout Club di Bologna arrivano in concerto The Memories e non ho idea di cosa succederà. La band di Portland presenterà l'ultimo divertentissimo album Hot Afternoon, pubblicato da Burger Records (già una garanzia!) insieme a Gnar Tapes, la loro stessa etichetta. Si tratta del primo lavoro realizzato dai Memories con un produttore esterno, ovvero Sonny Smith degli incredibili Sonny & The Sunsets, e rappresenta il tentativo più serio di dare una parvenza di ordine al loro spirito totalmente lo-fi, cazzone e festaiolo. Hot Afternoon continua comunque a traboccare di zuccherose melodie Fifties, canzoni che parlano di starsene stonati dalla mattina alla sera, coretti doo-woop a profusione, rock'n'roll allo zucchero filato e dopo la scuola vieni a casa mia che non ci sono i miei. Nati nel 2010 come side project più pop e spensierato dei punk White Fang (“The Mems are about smoking with your girl; The Fang is about drinking with your boys"), i Memories incarnano alla perfezione un certo suono e stile californiano contemporaneo, quello che gira su cassette autoprodotte a tiratura limitata e trova la propria celebrazione in eventi come il Burgerama. Esemplare in questo senso è l'approccio dei Memories alla cover di un classico come True Love Will Find You In The End di Daniel Johnston: declinata come un pezzo surf-rock, irriverente, scazzata e al tempo stesso nutrita di profondo amore.
A rendere la serata del Freakout ancora più memorabile ci penseranno le altre due band di supporto: i Qlowski, da Bologna, al debutto live (poi non dite che non ve l'avevo detto!), con il loro pop psichedelico che ogni tanto prende pieghe più scure e post-punk, e ogni tanto si infiamma di garage rock. E poi, dal Veneto, Krano, cantautore "super politicamente disimpegnato e apprezzatore di Satana", con band composta da membri di Movie Star Junkies, Piramide Di Sangue e Vermillion Sands. Non so davvero come andrà a finire, di sicuro ci si vede a banco!

(mp3) The Memories - True Love Will Find You In The End (Daniel Johnston cover)


The Memories - Dad's Not Home


Qlowski - Oh! Fine


Krano e i Postumi - Coparse Demo

MAP - Music Alliance Pact #79

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

In aprile un tot di cose belle. Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- i colombiani (ma residenti a New York) Balancer, con un indie rock morbido, dalle parti di Grizzly Bear e Death Cab For Cutie;
- i sudcoreani Cumeo Project, con un'elettronica dilatata che sembra abbastanza influenzata dalla psichedelia;
- il pop sintetico e infuso di soul degli indonesiani HMGNC;
- gli australiani Surf Dad (migliore nome di band della settimana) che mescolano field recordings e strati su strati di suoni eterei;
- lo shoegaze teso e nervoso del giapponese Tenkiame;
- i portoghesi The Leeway, con un pezzo pianoforte e voce super tradizionale e dalle tinte jazz, che però coinvolge e convince.

Il nome italiano di questo mese è quello di Old Fashioned Lover Boy, ovvero il cantautore napoletano Alessandro Panzeri, che ha da poco pubblicato l'album The Iceberg Theory (Sangue Disken / Sherpa Records). L'idea dietro l'immagine dell'iceberg è qualcosa di maestoso, forse ostile, ma anche fragile e incompleto. Old Fashioned Lover Boy riesce a tradurre tutto questo in musica con un folk pop emozionante, denso di riverberi e colorato di archi e synth che invece di appesantire le canzoni fa prendere loro il volo. Sembra tutto esile, potrebbe affondare o sparire da un momento all'altro, ma c'è una sincerità che tiene tutto a galla. Come se tutto il peso dell'iceberg non fosse nulla in confronto a quel gigantesco "desiderio di vivere" che racconta il primo verso della canzone di apertura del disco.

(mp3) Old Fashioned Lover Boy - Barracudas

Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di aprile, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

mercoledì 15 aprile 2015

Il ritorno dei Radio Dept!

The Radio Dept är tillbaka! The Radio Dept. is back! I Radio Dept. sono tornati!

La notizia bomba di oggi, per quanto mi riguarda, è il ritorno dei Radio Dept! Scommetto che molti avevano perso le speranze e non credevano nemmeno che la band svedese fosse ancora in giro. Invece ieri sera il magazine musicale scandinavo Gaffa ha titolato "The Radio Dept är tillbaka" (ovvero "i Radio Dept. sono tornati"). L'unica cosa che si sa, per ora, è che il 9 giugno uscirà un EP intitolato Occupied, anche se non viene specificato se sempre su etichetta Labrador. Si tratta della prima uscita dei Radio Dept. dai tempi di Clingin To A Scheme del 2010, se si eccettuano i due estemporanei singoli "elettorali" The New Improved Hypocrisy e Death to Fascism, e ovviamente io non vedo l'ora!

(mp3) The Radio Dept. - Heaven's On Fire

lunedì 13 aprile 2015

Sensitive Euro Man

Pavement - Wowee Zowee

Ho letto un paio di articoli sul ventennale di Wowee Zowee dei Pavement e vorrei averne trovati di più. Non so perché, non è nemmeno il mio disco preferito della band di Stockton. Immagino che uno dei motivi sia il fatto che non ho visto in giro molti articoli più interessanti (un altro è che stavo perdendo un sacco di tempo di proposito). In questa stagione la scrittura musicale contemporanea non appare in gran forma. Come spiega Lindsay Zoladz su Vulture, i critici sembrano soffrire di "surprise-album fatigue" e sono più preoccupati di restare a galla nel ciclo delle news che di capirci qualcosa. Tralasciamo le ammuffite liste alla Buzzfeed e le sfinite webzine che scoprono dieci sensazionali rivelazioni al giorno; tralasciamo certe scritture di Vice, divertenti solo se la tua massima aspirazione nella vita è fare lo stagista a Vice; tralasciamo i rispettabili autori che sentono la necessità di mettere le mani avanti e dichiarare "attenzione, questo non è lo sfogo di un cinquantenne nostalgico e un po’ rincoglionito", e tralasciamo pure le esegesi del disco di Kendrick Lamar pubblicate da OGNI testata del pianeta. Sul serio: To Pimp a Butterfly è di certo un ottimo lavoro, ma un bianco italiano sulla trentina che, a mezz'ora dalla messa online, grida in caps lock "signore e signori, abbiamo già il disco dell'anno", boh, rappresenta una forma di vita così distante dalla mia che - lo so, sono anziano e diffidente - non posso non mettere in discussione la sua sincerità.
In ogni caso, gli anniversari dei Pavement sono consolatori, gli articoli sui Pavement nel 2015 sono consolatori, e anche mettersi a raccogliere indizi intorno a un loro prossimo ritorno è molto, molto consolatorio. Ma in questo periodo mi sono reso conto di avere davvero troppo bisogno di queste specie di vasetti di Nutella in forma di scrittura intorno alla musica, e così mi sono sforzato di trovare epiche perfino le scarne, criptiche (e un po' deludenti) note della ristampa deluxe Sordid Sentinels, e ho cercato affetto tra i più assurdi commenti di Songmeanings (We Dance "sounds like he's at a friend's bachelor party, getting a lap dance from a stripper", oppure "has something to do with incest").
Sono passati vent'anni dal giorno in cui i Pavement voltarono le spalle al (possibile) successo dopo due dischi clamorosi come Slanted & Enchanted e Crooked Rain, Crooked Rain. Lo fecero con tutto lo stile e l'arguzia di cui erano capaci, e che pochi sapevano (e hanno saputo) eguagliare, ma quello fu pur sempre un momento in cui molti di noi reagirono con il corrispettivo del 1995 di un amareggiato MEH. Certo, riascoltato oggi, Wowee Zowee appare in una luce del tutto differente. Come sintetizzava bene già un anno fa Rob Sheffield su Rolling Stone "WZ didn't get appreciated until Pavement made Brighten the Corners, a totally different album that put the previous one's oddities into perspective". È facile oggi rimettere assieme i pezzi, ritrovare gli indizi che i Pavement hanno disseminato nella loro musica prima e dopo, e che sono poi filtrati anche nei dischi di Malkmus solista. Penso sopratutto a Brinx Job o Father To A Sister of Thought, non esattamente le canzoni più popolari dei Pavement. Oppure penso a una delusione di canzone dal titolo così ambizioso come Fight This Generation. Qualche lacrima scende tuttora per We Dance, mentre Black Out racchiude alla perfezione quella nostalgia-che-si-prende-in-giro-da-sola come soltanto i Pavement potevano permettersi, e pure Spiral Stairs dà il suo contributo con l'ottima Kennel District, ma in generale, lungo tutto il disco, la band sembra aggirarsi senza una meta precisa (e mi sembra improbabile fosse soltanto colpa del fumo, come hanno sempre voluto far credere). Anche se il loro essere così vagabondi e imprevedibili ha sempre fatto parte del loro fascino, mi sembra troppo facile dire col senno di poi "Wowee Zowee was Pavement's White Album", o anche rileggere la traiettoria dei Pavement come astrusa metafora degli stessi Anni Novanta, slacker e beffardi. Se Wowee Zowee ha segnato un po' il momento "Stephen Malkmus e soci sono usciti dal gruppo", dito medio e sorriso fraterno tanto al mercato quanto alla critica, a cui poi seguiranno riscatto e gloria, devo dire che all'epoca non si era percepito affatto in maniera così chiara. Troppo facile dire oggi che questo disco è "the ultimate compendium of inside jokes and substance-fueled curiosities" (Stereogum) o addirittura "is the one that has aged the most favorably" (Spectrum). Troppo facile e, ancora una volta, troppo consolatorio rileggere ogni cosa come se ci fosse sempre un ventennale da celebrare.
E poi lo so, è una tentazione troppo forte prendere qualche verso intricato e senza senso, o pieno di ogni senso possibile, scritto da Malkmus e sfruttarlo come supporto a qualsiasi argomento. Ma Black Out sembra dire qualcosa a proposito dello stesso atteggiamento dei Pavement nei confronti di questo disco e del music business in generale:
And your thoughts then start to turn 
And those lessons that you're learning
No one has a clue
Nessuno ci capisce niente. Oh, triste mondo malato, domenica pomeriggio, facciamo un giro col furgone, passiamo davanti alla Hall Of Fame della nostra giovinezza, ciao ciao con la mano e cambiamo strada, verso l'assolato e ordinario paesaggio suburbano.
Sulla rinata pagina facebook ufficiale dei Pavement, con una schiettezza commovente, l'altro giorno Spiral Stairs si è messo a parlare dei Replacements: "I saw one of the legendary drunk shows the mats did back in 85 at the uc davis coffee house. thin white dope (as paul called them) and salem 66 opened. the mats didn't finish one song. tommy broke a hole in the bass drum and sat inside it for a few songs. they ended up playing for about 20 minutes and then the cops arrested them. what a show. always ingrained in my memory. and still to this day i remember wanting to be them. so... when you listen to wowee zowee tonight celebrating it's 20th anniversary, this is one of the places it comes from".
Forse ora, chiuso questo fin troppo lungo post, mi riascolterò i Replacements. Oppure lo farò tra vent'anni, tanto non c'è un argomento "definitivo" quando si tratta dei Pavement (o di tutti i Novanta?). Non arriva mai il momento in cui afferri qualche conclusione decisiva.
Twenty years goes by very fast. But a lot of stuff has happened. It's really weird and fascinating. When I was in the Boy Scouts we would hike, and one time we went to this tunnel in Maryland. When you stand at the edge of the tunnel it doesn't look that far because you see to the other side. And then when you're in the middle of the tunnel the entrance and the exit are these tiny little dots and you're in complete blackness. And then once you get to the exit it doesn't look very far. You're looking through again. That's how I feel about the passing of time.
Questo l'ha detto Steve Keene, l'artista che ha dipinto la copertina di Wowee Zowee, vecchio amico della band sin dai tempi del college. Leggendolo ho avuto un piccolo e imprevisto brivido. "The passing of time" e tutta la musica che ci siamo portati dietro a fatica lungo il nostro tunnel, anche quella che non ascoltiamo più davvero, come questo disco, un intero e pesantissimo groppo in gola di cose complicate tanto da raccontare quanto da tenere dentro. E questo Steve arriva con la sua istantanea dei boy scout, la sua serenità americana, e una canzone dei Pavement che deraglia sullo sfondo. Mi ha steso. Stava suonando Grave Architecture quando l'ho letto e credo che l'associazione sia stata micidiale.
Am I just a phantom waiting to be gripped or found on shady ground?

(mp3) Pavement - Black Out

venerdì 10 aprile 2015

The Pains of Being Pure at Heart @ Mattatoio Club - DATA UNICA ITALIANA!

THE PAINS OF BEING PURE AT HEART + Ryan O'Reilly - il 10 Aprile al Mattatoio di Carpi (Modena)- DATA UNICA ITALIANA!

In partenza! Questa sera si torna a vedere i Pains Of Being Pure At Heart in concerto, una delle migliori e più consistenti band uscite dal giro indiepop negli ultimi anni. Il loro ultimo album, Days Of Abandon, è stato uno dei dischi che ho amato di più l'anno scorso, e posso dire di esserci rimasto sotto proprio dopo averli visti dal vivo. Il consiglio, quindi, è quello di non perdere l'evento di stasera tra le mura amiche del Mattatoio Club di Carpi (MO). Oltretutto è una data unica per l'Italia, e sono curioso di sentire se la band di Brooklyn suonerà già qualche canzone nuova. In apertura ci sarà il cantautore britannico Ryan O'Reilly, con il suo intenso folk rock tra Dylan e Springsteen, e a seguire avrò l'onore di mettere un po' di dischi insieme a Fabio Merighi (Glamorama), quindi ci sarà da ballare e sudare. Ci si vede a banco!

(mp3) The Pains Of Being Pure At Heart - Beautiful You

Bad year

EVANS THE DEATH

“polaroid – un blog alla radio” – s14e24

Evans The Death – Bad Year
Danny James – Guantanamo Baby
Modest Mouse – Lampshades On Fire
Sonny & The Sunsets – Icelene’s Loss
The National – Sunshine On My Back
Death Cab For Cutie – The Ghosts Of Beverly Drive
The Decemberists – Mistral
Darren Hayman – All For The Cause (electric)
Michael Feuerstack – Lamplight
No Joy – Everything New
Chastity Belt – Trapped
Toro Y Moi – Empty Nesters
Diet Cig – Breathless
The Manhattan Love Suicides – (Never Stop) Hating You
POW! – Liquid Daydream

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mercoledì 8 aprile 2015

Bad news boys

THE KING KHAN & BBQ SHOW - BAD NEWS BOYS

Ci sono giorni in cui non ho bisogno di ascoltare canzoni, e non conta quanto siano belli, coerenti e curati certi dischi. Ci sono giorni in cui tutto quello che mi serve è sentire chitarre che fanno SBRANG, batterie fracassate e urla selvagge. Chissà, in un'altra epoca e con un'altra educazione magari sarei diventato un collezionista di rari 45 giri di garage rock, e saprei elencare gloriose band Anni Sessanta finite in galera prima di riuscire a entrare in uno studio di registrazione. Invece sono qui, davanti al nuovo disco di King Khan & BBQ Show e non so nominare un solo musicista da cui possono discendere queste melodie fenomenali. Certo, si potrebbe diligentemente accostare la band di Montreal a compari come Black Lips e Jay Reatard, ma sai una cosa? In questo momento davvero non m'importa. Per goderti questo fulminante e insolente Rock'n'Roll non devi essere un filologo. Il prodigio che riesce ancora una volta a quei due scoppiati di Arish “King” Ahmad e Mark “BBQ” Sultan (tornati insieme dopo cinque anni - a quanto pare si erano lasciati dopo svariate mezze risse sul palco) è quello risaputo, eppure sempre nuovo, di far detonare la stessa energia primordiale, l'elettrico Big Bang da cui è nata tutta la musica che ascoltiamo. Il nuovo Bad News Boys (pubblicato da In The Red, una garanzia) non è una roba su cui devi ragionare troppo: è musica che scuote corpi (Illuminations), che fa avvinghiare corpi (Bue Bye Bhai), e che di tanto in tanto non pretende altro che strapparti una risata (D.F.O., rabbioso inno contro la, uhm, diarrea). E poi, dopo una gag sugli spuntini di mezzanotte (Snackin' After Midnight) e un pezzo intitolato Killing The Wolfman che sembra uscito dalla colonna sonora di qualche Russ Meyers, King Khan ti ricorda che è pur sempre un gran seduttore, e riesce a sorprenderti con una canzone che parla di un primo bacio (Never Felt Like This): "I dream about the dance that we had, and wonder about the chance that we took when we first kissed”. Non manca niente, la festa non poteva riuscire meglio. Le cose stanno così: qui dentro c'è tutto quello di cui è fatta la musica di cui parli sempre: ora sta a te credere che sia soltanto una posa vintage, una parodia fumettistica, oppure saltarci dentro, sudartela fino in fondo e non ricordare più come sei tornato a casa.

(mp3) The King Khan & BBQ Show - Illuminations

mercoledì 1 aprile 2015

The right kind of mess

The Manhattan Love Suicide

Seppelliremo i nostri cuori spezzati e perdenti sotto muri di feedback e distorsioni laceranti, come ci hanno insegnato i dischi che ascoltavamo da ragazzini. Davanti all'agonia degli amplificatori che lanciano l'ultimo gemito, dietro perenni occhiali da sole, sotto giacche di pelle nera come quel poco d'anima che ci è rimasta dentro, ci scuoteremo soli, disillusi e dimenticati. Perché questa è la foto ricordo che ci piace immaginare di noi stessi. Sono tornati i Manhattan Love Suicides, dopo che si erano sciolti nel 2009. Non è cambiato nulla, e in fondo è come se fossero sempre esistiti in un'altra dimensione, in un tempo tutto loro. La cosa che mi ha stupito ogni volta che sono riuscito a vederli dal vivo è lo status di culto assoluto che sembra riescano a emanare, con fan adoranti vestiti uguali a loro, gente che li segue per interi tour e tutto il resto. Davano l'impressione di essere una reunion gloriosa già prima di cominciare. L'improvviso scioglimento aveva soltanto rafforzato la loro leggenda. E questo nonostante da un punto di vista strettamente musicale uno possa sostenere che i Manhattan Love Suicides non hanno mai mosso un passo fuori da Psychocandy. Non importa: la grandezza di una band non si giudica dalla tecnica, dai dischi venduti o dalla ripetizione di modelli consolidati. C'entra più un'idea di musica, un'attitudine, come si diceva una volta, una sintonia tra quello che vogliono dire attraverso quelle canzoni, il modo in cui lo fanno e quello che stiamo cercando noi. In una recente intervista, Darren Lockwood, fondatore insieme a Rachel Barker della band di Leeds, mentre raccontava la frustrazione di far capire al fonico di un club che intendevano davvero sparare tutto quel rumore dal palco, ha detto: "We have high standards, believe it or not. It has to be the right kind of mess, the right flavour of shit". Il nuovo album More Heat! More Panic! è esattamente quello: the right kind of mess. La sintesi di Phil Spector, Ramones, Velvet Underground, oscuri Sixties girl groups e Galaxie 500, per quanto prevedibile, funziona e colpisce ancora nel segno. Ci sono i momenti più travolgenti, come il singolo (Never Stop) Hating You o Nowhere Bound; ci sono i momenti in cui i Manhattan Love Suicides lasciano emergere il loro carattere più malinconico, come Goffin-King o She's a Bullet (con tanto di obbligatorio omaggio a Some Candy Talking / Be My Baby), e ci sono addirittura quelli in cui si libera una furia che ricorda i Fall (Blood Club). Ma in fondo tutte queste canzoni, ruvide e aggressive, sono prima di tutto "canzoni dei Manhattan Love Suicides", e sotto quei muri di riverberi abbiamo già lasciato il cuore.

(mp3) The Manhattan Love Suicide - Nowhere Bound

lunedì 30 marzo 2015

Till everything flows away


Amelia Fletcher è uno di quei nomi che fanno venire l'occhio lucido a ogni amante dell'indiepop. Una carriera che comprende band come Talulah Gosh, Heavenly, Marine Research e Tender Trap non ha eguali. Rob Pursey, già componente di queste ultime tre band, è da anni compagno anche nella vita della Fletcher. Da un po' di tempo i due si sono trasferiti fuori Londra e hanno dato vita a un progetto musicale nuovo, i Catenary Wires dalle sonorità più acustiche e intime rispetto al passato. Siamo dalle parti dei più delicati Magnetic Fields o di certi Clientele. Giusto per darvi unì'idea, la biografia ufficiale li presenta così: "Rob and Amelia started playing songs on their daughter's 3/4 size acoustic guitar. They are still refusing to give it back". Il duo pubblicherà un album intitolato Red Red Skies su Elefant Records il prossimo primo giugno. Ad anticiparlo questa Intravenous:


The Catenary Wires - Intravenous

sabato 28 marzo 2015

Like soldiers on parade

The Clever Square - Nude Cavalcade

Questa sera al Bronson di Ravenna c'è il clamoroso release party dei nostri Clever Square! La band romagnola finalmente presenterà il nuovo album Nude Cavalcade, di spalla suoneranno i Modotti, a seguire ci sarà la Festa Anni Novanta e l'ingresso sarà gratuito fino alle 23. Direi che ci sono tutte le condizioni per ratificare la serata con il più convinto dei Ci Si Vede A Banco!

Il nuovo album dei Clever Square è il loro lavoro più completo di sempre. Quando mi hanno chiesto di scriverne in maniera un po' più "seria" di quello che faccio di solito qui sul blog non ho avuto esitazioni a dire che «i Clever Square parlano la stessa lingua che padri fondatori del calibro di Guided By Voices o Dinosaur Jr. hanno insegnato loro. I ragazzi macinano canzoni e dischi a ritmo impressionante, e nella loro già lunga discografia puoi ritrovare la fase più a bassa fedeltà, la fascinazione per il collettivo Elephant 6, l’inevitabile stagione Pavement / Silver Jews. Questo nuovo Nude Cavalcade suona come una sintesi di tutte queste loro anime e voci, un disco che diventa anche un modo per guardarsi allo specchio e rendersi conto di essere ancora “too proud to be ready to choose”, come canta African Dome. Si passa dalla festa Lemonheads di Perfecto alla rabbia Sebadoh di Stygian Decimator, dall’incedere slacker di Crystal Spaceships, alle carezze acustiche di Lord Garbage o Dream Eater (che vedono alla voce rispettivamente Mirko e Stefano), al pop esuberante e coinvolgente di Highly Effective Solutions. Se i Clever Square fossero una band come tutte le altre diremmo che Nude Cavalcade rappresenta il classico “disco della maturità”, ma la musica di questi ragazzi ci racconta invece che ci sono già arrivati da un pezzo, almeno da tre decenni».

(mp3) The Clever Square - Perfecto
(mp3) The Clever Square - Higly Effective Solutions

venerdì 27 marzo 2015

What remixed means

What Contemporary Means – Succeed Remixed

Con i What Contemporary Means ho un conto in sospeso. Anni fa sono venuti a fare un live a "polaroid alla radio" e io mi sono perso il podcast. Non me lo sono mai perdonato e da quel giorno ogni nuova uscita della band bolognese, ogni nuova data che mi compare tra gli inviti di facebook, gira il coltello nella piaga. Ora è arrivata una nuova raccolta di remix ed è la goccia che fa traboccare il vaso. Basta facepalm: è ora di ballare. L'anno scorso i régaz avevano pubblicato l'ottimo Succeed EP (vinile per Fallo Dischi e digitale in free download) che riassumeva bene la loro idea di musica: un pop-matematico inzuppato di tensioni emo che si colorava di elettronica. Nervosi e sentimentali in eguale misura: mi piace, mi ci sono ritrovato parecchio. In attesa che a fine 2015 arrivi finalmente l'album d'esordio vero e proprio, quelle cinque tracce sono state rimanipolate e rilette nelle maniere più diverse, dal balearico al glitch-pop, "e addirittura vaporwave" (questo l'hanno scritto loro e mi piaceva lasciarlo). I complici coinvolti sono, in ordine di apparizione: Johnny Paguro, Comakid, Nas1, Everlasting Joy e Osc2x. Insomma, una balotta niente male, con idee molto chiare su come far muovere una pista. Anche questo Succeed Remixed EP è in free download e direi che scaricarselo è il modo giusto per far partire questo weekend.

giovedì 26 marzo 2015

Forget that I've loved you


«Secret song from the past unveiled: This Is Goodbye was recorded in the Summer of 2008 in a flat in Greenwich Village (accompanied by sirens and all) but never released. It was just too sad to be revealed to the world. Time heals all wounds though, so here it is for you.» [El Perro Del Mar]


El Perro Del Mar This Is Goodbye (demo)

mercoledì 25 marzo 2015

Don't let this sadness become who we are

Trust Fund - No One's Coming For Us

Avevamo detto che non ci saremmo passati mai più. Avevamo detto che dovevamo parlarne. Affrontiamo questa cosa subito, prima che sia troppo tardi. Tu dici che ora non vuoi più morire: parliamo e non lasciamo che questa tristezza diventi ciò che siamo. No One's Coming For Us, album d'esordio dei Trust Fund, si apre in questo modo brutale: Sadness non racconta il dramma di un suicidio, che avrebbe spazzato via tutto, ma la spossante fatica dell'affrontare il giorno dopo di chi non ce la fa ad ammazzarsi, la pena di capire come tornare a qualcosa di simile alla vita normale, capire come andare avanti. All'altro capo del disco, a chiudere la scaletta, c'è Unwieldy Foam, in cui si abbandona una casa dopo una separazione. Solo che la separazione è avvenuta quattro anni prima ("four years have gone to waste"). Sembra impossibile staccarsi dalle più piccole cose, anche dalla polvere, dalle penne ormai inservibili: "your stuff is mainly dust now, I still carry it around from house to house". Da qualche parte dentro di me continuo a parlarti, vorrei anche rivederti ("I want to know your face is ageing"). Una tristezza patologica, che potrebbe essere la stessa premessa della canzone di apertura. L'intero No One's Coming For Us sembra descrivere questa circolarità, l'ossessività dei pensieri che ci sommergono quando qualcosa si spezza per sempre. Non si parla più d'amore, né della sua mancanza. A volte si parla del parlare d'amore, in estenuanti tentativi di chiarimento, scuse, giustificazioni: "I'm not here to make you feel anxious or afraid" (Forevre). Più spesso si parla di qualcosa che è passato, che non può più succedere eppure non riesce ancora a congedarsi dal presente: “millions of times in this park we have spoken / in the rain I laid my head on your lap and I said it was over" (Jumper). Ci sono momenti in cui l'attaccamento si fa morboso: "I can't even finish breakfast without texting you. I'm sick" (January), mentre la disperazione raggiunge una dimensione quasi maniacale: "baby, I don't think you understand that after the last time you literally aren't allowed to leave me" (Essay To Write).
Trovarsi a leggere questo disco con un'attenzione appena superiore a quella che concediamo oggi ai nostri ascolti musicali (più che altro rapidi aggiornamenti per ragioni di socializzazione) può essere francamente straziante. Sono consapevole che potrei essermi costruito un'idea del tutto distorta di quello che i Trust Fund cercano di dire. Il frontman Ellis Jones in un'intervista sembra prendere le distanze da queste canzoni e dal tentativo di interpretarle in maniera troppo personale. Eppure fanno male, malissimo, e anche una scarna ballata come IDK, un desolato dialogo d'addio, può lasciare lacerati nella sua disarmante semplicità: "will it come back the same again? No, not really".
Musicalmente la band di Bristol, nei passaggi migliori del disco (Cut Me Out su tutti), mette in pratica una versione lo-fi e da cameretta di una formula che potremmo definire grosso modo "alla Pixies", alternando repentini squarci di rumore e spavaldi riff di chitarra a parti acustiche e più fragili. Le recensioni lette in giro tirano spesso in ballo il riferimento degli Weezer. A me sembrano più affini i cari vecchi Envelopes, che avevano canzoni altrettanto belle, ma che al posto della componente sentimentale dei Trust Fund giocavano la carta surreale (e forse per questo non hanno raccolto il successo meritato). Ellis canta spesso in un falsetto ostinato, che a tratti potrebbe indispettire, soprattutto se contrapposto alla delicatezza dei temi. Eppure alla fine tutto funziona, e No One's Coming For Us non mostra un attimo di cedimento, anzi, non concede un attimo di tregua, nemmeno quando sembra farsi più intimo. Disco strepitoso, feroce ed equilibrato in maniera sconcertante: se consideriamo che si tratta di un debutto, sono pronto a scommettere che l'indiepop ha trovato una nuova grande band.

(mp3) Trust Fund - Essay To Write
(mp3) Trust Fund - Cut Me Out

martedì 24 marzo 2015

Switch me on

The Fireworks - Switch Me On

Nome più azzeccato i Fireworks non potevano sceglierlo. Con quel suono esplosivo e dirompente, forse non vanno tanto per il sottile ma sanno garantire divertimento dalla prima all'ultima nota. Il loro album di debutto, finalmente arrivato dopo un paio di singoli sempre su Shelflife, rincara la dose e si intitola Switch Me On: grazie ragazzi, ne avevo davvero bisogno. Guitar pop veloce e senza fronzoli, con quel pizzico di arroganza di cui nell'indiepop a volte si avverte il bisogno, e pieno di melodie terse e super pop. L'idea resta la stessa: prendere quel suono fragoroso che deriva dai Buzzcocks, filtra successivamente nei vari Razorcuts, Girls At Our Best!, Flatmates, Wedding Present e Popguns (non a caso, qui alla batteria troviamo Shaun Charman, che ha militato proprio in queste ultime due formazioni) e renderlo attuale, magari addolcendolo grazie alla voce di Emma Hall dei Pocketbooks. A lei tocca il compito di cantare una buona metà dei pezzi, tra cui i migliori della corposa scaletta, Tightrope e Runaround, e io la trovo perfettamente in parte. Quando prende il suo posto Matthew Rimell dei Big Pink Cake i Fireworks sono capaci di tirare fuori un carattere più aggressivo e più amaro, come in Which Way To Go oppure Back To You. Insomma, Switch Me On è un album di indiepop che a prima vista non cambierà la storia della musica, nemmeno di questo piccolo e trascurato genere, ma che è capace di non annoiare mai e di arrivare dritto al punto come pochi altri.

(mp3) Fireworks - Tightrope

Piede Pernod

Piede Pernod @ Pastis - Bologna

Vi ricordate di Musica Sigillata, la bella rassegna che si teneva al Caffè Rubik? Come forse saprete, si è presa un anno sabbatico (ma potete sempre riascoltare tutti i concerti su Bandcamp!). La buona notizia è che nel frattempo si è spostata un po' più in là, dalle parti di Via Belvedere, dietro il Mercato delle Erbe. Qui, tra le mura del bar Pastis, parte oggi un nuovo appuntamento: Piede Pernod: "ogni due settimane, giorno più giorno meno, un concerto e una mostra, che insieme fanno un motivo per esserci. Come il pernod e l’acqua che servono per fare il Pastis. Se ci metti solo l’acqua, è acqua. Se ci metti solo il Pernod, lo sai. Se invece li metti tutti e due, viene fuori il Pastis. Ma guarda un po’".
A inaugurare questo nuovo calendario, tra poco, a partire dalle 19.30, ci sarà Three Lakes, ovvero Luca Righi con il suo emozionante folk, affiancato da una installazione di Ida Bentinger ("un'installazione delle sue, una specie di albero bianco tentacolare che si insinua all'interno del locale, esce, fuma e torna dentro"). Il calendario delle prossime sorsate di pernod non è stato ancora diffuso, ma vi posso anticipare che comprende bei nomi come Cosmetics, Any Other, Paolo For Lee e Hilo, tra gli altri. Ci si vede a banco!



Three Lakes - Two Deserts

lunedì 23 marzo 2015

New Adventures In Lo-Fi live @ polaroid!

New Adventures In Lo-Fi live @ polaroid!

La settimana scorsa ho avuto di nuovo il piacere di ospitare sulle frequenze di Radio Città del Capo i torinesi New Adventures In Lo-Fi, che erano già passati negli studi di Via Mura di Porta Galliera un anno fa insieme ai Delta Sleep. I ragazzi hanno da poco pubblicato un bellissimo album intitolato So Far e sono venuti a presentarlo con qualche canzone unplugged, un po' di chiacchiere e gli immancabili brindisi. Il disco è anche in free download e fareste bene a procurarvelo, se vi piace quell'alt-rock americano classico, parecchio emotivo e da ascoltare magari a occhi chiusi. Il "lo-fi" e il calembour con i REM non c'entrano molto qui. La produzione è impeccabile e si respira un'atmosfera diversa, in qualche modo più raccolta e riflessiva, nelle nuove canzoni dei NAIL. Tornano alla mente certi Death Cab For Cutie o i momenti più tranquilli di band come Rogue Wave. Insomma, fondamentalmente, il suono di ragazzi tristi con la chitarra che raccontano quello che sta passando il loro cuore. Non posso resistere.
Il podcast completo della serata lo trovate qui, mentre queste sono le tracce che ci hanno regalato dal vivo:

New Adventures In Lo-Fi live unplugged @ polaroid alla radio
Radio Città del Capo - 2015/03/16
Fall Down
Daffodils
Nobody's Rest
Taken
 

sabato 21 marzo 2015

As I get older

Questa sera al Covo di Bologna succederanno due cose: prima si festeggiano i 10 anni di To Lose La Track con un poker di concerti da stendere chiunque: Delta Sleep (UK), Gazebo Penguins (performing Legna), Valerian Swing e Majakovich (tra parentesi: qui c'è la compilation dell'anniversario in free download - OBBLIGATORIA). Secondo: arriva un nuovo appuntamento con No Hope Kids, la serata indie rock dalla playlist perfetta. Ho avuto l'onore di partecipare con un pezzo alla loro fanzine di questo mese, e lo trovate qui sotto: il piccolo contributo di polaroid alle  celebrazioni per il primo giorno di primavera!


No Hope Kids fanzine - Bologna

Sono davanti a casa tua, la finestra è illuminata. Per un attimo penso di chiamarti, poi mi viene in mente che potresti essere con qualcuno. E se invece fossi sola: cosa faresti, scenderesti? E io, cosa spero? Magari di incontrarti per caso?
Questa è la scena iniziale di Center, una delle più belle canzoni dei QUARTERBACKS, band proveniente dalla cittadina di New Paltz, nello stato di New York. Tutto è nato da Dean Engle, giovane supplente di inglese che ha sempre scritto e registrato canzoni in cantina, e pubblicato cassette DIY che schiacciavano tipo sette pezzi in otto minuti. Center esiste in due forme: l’anno scorso era uscita dentro Quarterboy, in una commovente versione acustica, soltanto chitarra e voce. Ora è stata inclusa nel nuovo album omonimo pubblicato da Team Love, dove i QUARTERBACKS sono diventati un trio, teso punk hardcore all’apparenza, puro twee nella sostanza. Qui Center suona travolgente e fragorosa, ma la voce di Dean rimane sempre limpida sopra l’ansia e l’elettricità. Percepisci la sua sincera timidezza, il casino di tutti questi sentimenti e desideri che gli arrivano addosso e poi se ne vanno di colpo e lo lasciano pieno di domande. Non sta cantando, spesso non ne sembra quasi capace. Eppure sta facendo quello che a molti altri cantanti non riesce: sta rovesciando in una canzone, in maniera credibile, una sorpresa così totale e piena e devastante da sembrare un sogno a occhi aperti. E invece è li. È un miracolo. L’amore che muove l’adolescenza e che all’improvviso, un giorno di primavera come tutti gli altri, si scaraventa nella tua vita.
Le due versioni di Center hanno in comune una cosa: il modo in cui Dean canta un verso alla fine della canzone. Quasi non le noti, “as I get older”, quattro parole appena. Raccontano il tempo che è passato da quella scena di poco fa, ma è un tempo che Dean ha riempito ripensandoci spesso. “As I get older”: avrai voglia di scherzare, non hai nemmeno venticinque anni! “As I get older”, quattro parole appena, gli escono prolungate, come se fossero un sospiro, come se gli facessero male, eppure non potesse più staccarsene e gli servissero per arrivare in fondo alla storia, prima dell’ultimo pensiero che non vi svelo. Diventano la chiave dell’intera canzone, e forse anche di tutta la musica dei QUARTERBACKS. Se si potesse ridurre a una formula, immagino che la musica dei QUARTERBACKS potrebbe essere il risultato di: Amore moltiplicato per Tempo, fratto Esagerata Autoanalisi. Sono la maturità e la consapevolezza con cui tutti i brandelli di emozioni vengono raccontati a rendere i QUARTERBACKS davvero differenti e, vorrei aggiungere, importanti. La quantità di dettagli in cui Dean Engle riesce a scomporre tutto quello che prova, la maniera appassionata e sconcertante di notomizzare il proprio cuore, unite a un suono fragile e vigoroso al tempo stesso, in qualche modo unico, fanno della sua scrittura una delle cose più vive e forti e sorprendenti che si possano ascoltare oggi.

(mp3) QUARTERBACKS - Center

giovedì 19 marzo 2015

MAP - Music Alliance Pact #78

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- i giapponesi Caro Kissa, con un freschissimo aperipop alla Pizzicato Five;
- il colombiano Okraa e la sua elettronica alla Postal Service / Passion Pit, però senza malinconia;
- i portoghesi Tape Junk, con un rock'n'roll Sixties che parte scanzonato e quasi beatlesiano e poi prende una tangente freak di otto minuti, fatta di percussioni e chitarre lacerate;
- i greci Zebra Tracks, con una new-wave che forse non dice nulla di nuovo ma convince;
- i cileni Patio Solar, con un indiepop timido ma non troppo, che ricorda certe produzioni Elefant.
- e aggiungiamo pure un paio di nomi già noti su queste pagine e queste frequenze come l'irlandese No Monster Club e gli svedesi Virgin Suicide.

L'italiano selezionato questo mese è Giulio Fonseca, in arte Go Dugong, che ha da poco pubblicato il suo nuovo lavoro, A Love Explosion (anche in free download via Bandcamp). Il musicista piacentino ha abbandonato da tempo le sonorità shoegaze dei suoi esordi (gli indimenticati Kobenhavn Store!) e in queste nuove dieci tracce riesce a coniugare a meraviglia beat hip hop caldi e pieni di soul, appena sporcati di polvere sul giradischi, con le melodie romantiche di certe colonne sonore italiane Anni Sessanta e Settanta. Un lavoro affascinante, dal mood super positivo, che sa giocare ad essere leggero e primaverile senza per questo perdere in consistenza. Con i suoi ritmi polleggiati e i suoi campioni sempre di gran pregio, A Love Explosion dichiara di essere "a hymn to Love and lovers", e a giudicare dalla dose altissima di sensualità compressa dentro questi suoni ci riesce benissimo.

(mp3) Go Dugong - Imagine Me And You


Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di marzo, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.