martedì 30 aprile 2002

A proposito di lavoro (e di libri)

Sabato scorso su Tutto Libri, l’inserto de La Stampa, c’era una lunga e minuziosa inchiesta di Marco Belpoliti intitolata "IL ROMANZO CO.CO.CO." che si poneva come obiettivo analizzare il recente romanzo italiano dal punto di vista del mondo del lavoro.
Non so se mi sento d’accordo con tutte le sue conclusioni (che qui tralascio, insieme all’elenco di una decina d’anni di titoli) sul postfordismo e sul post-umano (sic!), ma la parte di indagine mi sembra molto interessante (e mi ricorda certe cose che diceva Leonardo già diversi anni fa).
Ecco una (non troppo riuscita, a dire il vero) sintesi:


«Classificare i personaggi dei romanzi italiani sulla base del lavoro è davvero difficile.

[...] Nessun operaio, manovale o muratore, pochi, pochissimi impiegati, qualche tecnico informatico, o più spesso giovani appassionati di computer e fanatici di videogiochi (ma sono passatempi, non lavori; oppure hobby che si trasformano ben presto in lavori). I giovani che vivono e lavorano nelle pagine dei romanzi contemporanei non sembrano ancora conoscere la condizione dei "lavoratori interinali". Tuttavia se si dovesse sistemare il tetto, riparare la lavatrice, aggiustare una caldaia o tirare su un muro ricorrendo ai personaggi dei romanzi italiani dell'ultima e penultima stagione letteraria, staremmo freschi.

Nessuno o quasi è un lavoratore dipendente, nel senso tradizionale del termine, sebbene pochi romanzi o racconti presentino personaggi che svolgono lavori part-time o una "collaborazione coordinata e continuativa" (Co-co-co), come si dice oggi. Aumentano invece i disoccupati, categoria di ferro del romanzo italiano giovane. Nessuno è un membro del cosiddetto "popolo dell'Iva", assenti gli artigiani, gli avvocati e i commercialisti (ma ci sono sempre i medici di provincia).

[...] La classe operaia è completamente scomparsa o, se c'è, non si vede. Non è forse un caso che la letteratura contemporanea ignori la condizione fisica del lavoro e i suoi spazi: fabbrica, laboratorio, officina. [...] Il lavoro è sempre più frammentato. Non esiste più il mestiere che si impara attraverso un lungo apprendistato in cui l'anziano consegna ai giovani, con fatica e dopo molte resistenze, i rudimenti e i segreti della propria professione. Nella vita quotidiana nessuno deve più dimostrare competenza e bravura attraverso il "capolavoro" per essere assunto. Dagli Anni Sessanta ad oggi il lavoro manuale è stato via via assorbito dalle macchine, e la grande fabbrica sostituita dalla "fabbrica diffusa" del decentramento produttivo.

E quando la crescita impetuosa degli Anni Ottanta e la crisi del decennio successivo hanno imposto all'industria drastici cambiamenti tecnologici e produttivi, il lavoro operaio è emigrato fuori dai confini del nostro paese, verso l'Asia o i paesi dell'Est europeo. L'informatica e l'uso del personal computer hanno modificato i metodi e i sistemi di gestione del lavoro, cambiando anche la forma stessa dei luoghi, senza che questo venga registrato dalla maggioranza dei romanzi italiani (ci sono sempre le eccezioni: Tiziano Scarpa e Aldo Nove). La realtà è mutata così in fretta nell'ultimo decennio che gli scrittori hanno faticato a rendersene conto, oppure, al contrario, la considerano un fatto assodato che è inutile descrivere.

[...] In sostanza i personaggi dei libri degli scrittori sono scrittori, come nel volume claustrofobico di Ermanno Cavazzoni, Gli scrittori inutili (Feltrinelli) o l'ex magazziniere e traduttore tecnico Learco Ferrari, nevroticissimo e monomaniacale scrittore emiliano, alter ego dell'autore, Paolo Nori (con ormai quattro o cinque libri editi tra Fernandel ed Einaudi). Mentre le donne dei romanzi di autrici femminili sono madri, sorelle, figlie, partorienti (Silvia Balestra), quando non ex studentesse in crisi di identità o alla ricerca dell'illuminazione spirituale, o al massimo telefoniste di qualche call-center (magari erotico)...».


lunedì 29 aprile 2002

back from il lungo ponte, poco tempo e tanto da scrivere,
per ora riportiamo solo l'appello di Lettera 22 "per salvare Radio Tre":

(chiaramente Polaroid aderisce perché ci ha dei grossissimi interessi in ballo, e fino alla nomina di Valzania a direttore unico del secondo e terzo canale si vociferava di un nostro passaggio, magari in quarta serata, alla rete nazionale più snob... Però proprio dire di "salvare" Radio Tre mi sembra un po' esagerato...)

«Le recenti decisioni del Consiglio d'Amministrazione della Rai destano preoccupazione perché mettono gravemente in pericolo l'esperienza di Radio3. Questo canale è un patrimonio della cultura italiana per la qualità della programmazione, per l'ampiezza dello sguardo che ha saputo gettare sul mondo della musica, del teatro, dell'editoria, del cinema e della scienza, per il valore delle persone coinvolte nei suoi programmi. [...] Oggi Radio3 viene sommariamente accorpata ad altri canali radiofonici senza una propria direzione e una precisa definizione culturale. Non possiamo assistere silenziosi: un paese senza Radio3 è un paese culturalmente più povero».

Per aderire all'appello basta inviare una e-mail all'indirizzo firmapertre@yahoo.it.

giovedì 25 aprile 2002

Siamo dei turisti del menga


So, so you think you can tell
Heaven from hell, blue sky from pain
Can you tell a green field
From a cold steel rail
A smile from a veil
Do you think you can tell

R.Waters, Wish you were here


Alcuni di voi ricorderanno senza dubbio come comincia Notturno indiano, il romanzo di Tabucchi. Il protagonista (l'io/ombra/Xavier) sale su un taxi indiano e litiga col conducente perché, senza dirgli niente, anziché portarlo dove lui voleva, questo si dirigeva altrove, dalle parti di Elephant Island, dove ci sono gli alberghi più adatti, la merce migliore (leggi: prostitute). Aggiungiamo che l'io se ne accorge seguendo il tragitto sulla cartina della sua guida turistica, quel A travelling survivor kit che tornerà spesso fuori nel racconto, come uno strano punto di fuga. Deve lottare il detective sconosciuto per andare dove vuole lui, deve scendere dalla macchina in corsa e andare per suo conto, ostinatamente, al quartiere delle gabbie.

Se pensate che la seconda pagina del romanzo è l'elenco dei luoghi toccati dal protagonista, non è affatto stupido leggere il libro in chiave antituristica (cioè non contro il turismo ma come la narrazione di un non-turismo). Occorre un atto di forza per perdersi, per uscire dai "luoghi previsti" del turismo indiano. E la cosa interessante è che probabilmente laggiù, in fondo a Marine Drive, probabilemnte si sta meglio davvero; gli standard sarebbero ben altri, ma anche nella smisurata India andare per i fatti propri vuole un atto di forza. sei costretto a metterti sul piano del rifiuto e a vagabondare alla ricerca di una non persona.

Positano è l'opposto. Positano è davvero una perla, un punticino piccolo e luminoso, luccicante, chiuso. La cosa strana, è che non ci sono luoghi non previsti. Qui scelta non c'è. I taxi o ti portano a Ravello o ad Amalfi o a prendere le valige.
E allora? Io e lei, forse per fortuna, siamo davvero dei turisti del menga, dei turisti del non. Si può perdersi anche qui, dice lei, basta stare fermi. Stai sulla spiaggia, fuori stagione, il sole. Dici al ristoratore o alla vecchia delle marmellate che sì, oggi andiamo alla grotta dello Smeraldo. E invece te ne stai in spiaggia, e leggi il tuo Shakespeare fuori luogo.

Positano è il posto dove il turismo ha una tradizione, ha un passato. E ci vorrebbe un altro articolo per entrare in questo paradosso molto più lungo di questo che ora si interrompe perché la postazione internet qui costa 30 euro all'ora. Pensate solo a un posto dove i turisti stranieri sono la maggioranza, tedeschi, inglesi. Ma dove le tedsche sono già quelle sfatte over 40, le inglesi vanno tutte in giro col cappello di paglia, i francesi sono solo coppie. E pensate al giornalaio che grida al suo distributore di quotidiani, "io non posso mandare 100 francesi a prendersela nel culo. Questa storia delle elezioni è un fatto storico. Tu mi devi mandare 50 Le Monde, 50 Figarò, 50 Libération...

Davvero, fidatevi di uno che il mare lo conosce. Venite a Positano e statevene fermi, in spiaggia, fra aprile e maggio. Resta tutto una favola, ma una favola vera.

mercoledì 24 aprile 2002

domani sera turno di riposo per Polaroid in radio,
ci si vede sul sito e magari da qualche altra parte.
Passate un bel Venticinque Aprile :-)

non si trova in rete una tua foto decente, Linda? Di Linda Lovelace, scomparsa ieri, ho in mente una cosa ben precisa. Ed è qualcosa che chiunque abbia guardato con attenzione e passione un film vicino al capolavoro come "Gola profonda" (forse non il migliore di Gerard Damiano, ma senza dubbio il più universalmente noto) ricorda con maggiore affetto: il suo sorriso.
Linda Lovelace aveva un franco sorriso di giovane donna (e come tutte le donne belle aveva i denti appena un poco separati). Linda Lovelace era una vera attrice, e nel film che l’ha resa famosa è capace di spaziare fra diversi registri, dal comico all’hard, recitando con totale naturalezza (nonché eleganza, ricordando certe gonne e stivali impagabili). La grazia con cui, al termine delle sequenze più forti, posa lo sguardo in macchina da presa, sorridendo e socchiudendo gli occhi, fa saltare per aria ogni ordine narrativo.
Il corpo di Linda Lovelace, per quanto di belle forme, non era un corpo pornografico standard, esattamente come "Gola profonda" non assomiglia nemmeno lontanamente a un meccanismo pornografico seriale, come quelli a cui si è abituata la mia generazione.

Tutti gli articoli che oggi la ricordano sui giornali parlano di quanto la sua vita nell’industria del porno sia stata segnata da sofferenze e situazioni torbide (in realtà, molte delle sue accuse non furono mai provate), e passano poi a ricordare il suo ripudio e l’adesione alla causa femminista. Forse in questa premura di non apparire troppo sbilanciati verso la sua carriera di attrice e personaggio unico, preferendo affrettarsi a raccontarne la biografia, una biografia come tante, si nasconde il rimpianto di un talento perduto.
E il talento di Linda Lovelace non era una questione di capienza, ma la capacità di mettere il suo corpo al servizio di un’immaginazione che ancora teneva insieme sesso e cinema, in un sorriso, la leggerezza di un’opera d’arte.

lunedì 22 aprile 2002

il libro di Polaroid!
Good evening ladies and gentlemen,
dice la voce all’inizio della sigla
e sopra il mixer è pronto il vino,
il libro, il prossimo disco.
Lei siede al microfono,
lui di fuori chiude la bicicletta
poi scende gli scalini di corsa.
Sono già le otto.




e adesso Polaroid è anche un libro...


domenica 21 aprile 2002

Mi sembra che la festa de La Laura sia riuscita bene.
Le ultime persone che se ne sono andate (poco dopo le cinque e mezza) non le conosceva nessuno.
Forse le aveva portate Sergio, forse erano infiltrati della Digos che tenevano d’occhio Leonardo, Madame Defarge e Glauco.
Per la cronaca, l’ultima canzone dovrebbe essere stata Honeymoon dei Phoenix: niente di indimenticabile, d’accordo, ma ci stava col suo languido mid tempo, e poi non mi andava di essere troppo retorico. Era proprio l’ultimo disco che non avevo ancora messo.
Mi scuso con tutte le persone che per qualche ora hanno cercato di parlarmi, e io rispondevo fissando un punto lontano sopra le loro spalle.
Non mi sono ripreso fino a quando non mi sono ritrovato a ballare Toujours ta fille dei Dealership insieme all’IngegnIere e ho sudato tutto il maledetto gin.
Le amiche erano molto carine, Arturo e Fabio hanno fatto i dj per un po’, è passato per un goccio perfino Mr. Gandolfi, il pavimento verso l’alba era adeguatamente ricoperto di vodka, patatine e briciole di torta.
Non potevamo chiedere di più.
Cheers :-)

mercoledì 17 aprile 2002

Self control

Quello che sto per fare è illegale ma... irresistibile. Sì, trascriverò un tema di terza media e relativa valutazione.

A me piacerebbe molto picchiare Malaguti, perché fa tanto il grosso e mi prende in giro, anche quando sono in mezzo alla gente.
Mi piacerebbe:
– legarlo a una sedia e bastonarlo dalla mattina alla sera;
– prenderlo a pugni tutto il pomeriggio;
– tagliargli le dita delle mani una ad una insieme alla lingua;
– cavargli gli occhi;
– seppellirlo vivo e a mani legate;
– imbalsamarlo
– bruciarlo a partire dalle gambe

ec. Comunque aspetterò che mi faccia arrabbiare ancora un po'.
Adesso vi saluto cara prof e vi lascio alla correzione di cose un po' più serie.


Buono +

La valutazione è relativa alla scrittura: cioè quanto hai scritto lo hai fatto con una forma corretta.
Avrei qualcosa in contrario sul contenuto. Se questo deve corrispondere al testo richiesto quale riflessione sull'autocontrollo direi che non hai centrato l'argomento, Impegnati maggiormente a lavorare su quanto ti viene richiesto.

martedì 16 aprile 2002

Ci dispiaceva davvero non poter seguire i maestri di Glamorama nella trasferta rivierasca per assistere al debutto del tour italiano di Belle & Sebastian, ma con la fortuna di sempre la redazione di Polaroid ha indovinato l’ambo del fine settimana, senza lasciarsi sfuggire il sesto unhip gathering al Covo di Bologna, con Herrmann & Kline.


K&H sessions

Quanto al titolo di serata unhip, sorgono svariati dubbi, viste le celebrità sempre presenti, cui la storia darà il merito dovuto (nulla da invidiare al sottobosco mtv dell’Alcatraz di Milano intravisto di recente)…
Christian Klein da solo funziona bene, l’atmosfera i-mac ricorda la passata serata con Ulrich Schnauss, però molto meno melodico e con parecchia battuta hip-hop (o anche più lenta).
Poi l’intervento di Herrmann finisce per oscurare il trascorso happening, ma forse solo perché Giovanni Gandolfi suggerisce di spegnere le luci.
Irrompe il breakbeat (come abbiamo sentito dire) sporco, che si traduce in un canale di energia violenta e voluttuosa. I rimbalzi di urla del pubblico sparso ma non disperso sono risultati l’adeguato contributo vocale alla performance strumentale dei due laptop.
Altrove si canta e/o balla e/o baci: alle serate Morr Music forse è etichetta gridare.


Clap your hands per Belle and Sebastian, invece.

Il più convenzionale ondeggiare la testa sorridendo, sorridendo e poi daccapo, e strenuo batter di mani a compensare rassegnato mutismo (tutti a pensare: cazzo se ripassavo i testi potevo cantare anch’io The state I’m in e forse avrei anche pianto, che sarebbe stato scottish un tot).
E si capiscono persino le carinerie di Stuart Murdoch (aggraziato anche in canotta) e si ride due volte perché si riesce ad afferrare lo humour (basta un frasario da viaggio, una pronuncia volenterosa e qualche complimento alle ragazze italiane), mentre Steve Jackson sembra una versione pop di Dean Martin.
Sono talmente campioni di buone maniere (per citare qualcuno) che persino al divismo svanito di Isobel Campbell si concede volentieri un sorriso, magari un po’ inebetito, mentre nessuno si accorge che fa un caldo soffocante e anche chi aveva intenzione di svenire se ne dimentica appena la formazione si schiera e poi migra in coreografia, scambiandosi tutti gli strumenti, alcuni dei quali lì soltanto perché Isobel li possa sfiorare una volta prima di tornare a riposarsi.
Attacco tirato con Le Pastie De La Bourgeoisie, un paio di anticipazioni dal prossimo album "Storytelling", una Seymour Stein da tagliarsi le vene e splendido l’inaspettato bis con una folgorante Sleep the clock around, per ricordarsi che "There's a lot to be done while your head is still young".

lunedì 15 aprile 2002

L’ottimo Neural segnala che il Palm Beach Institute of Contemporary Art ha inaugurato una mostra online per celebrare il fenomeno dei blog.
Nonostante la definizione un po’ parziale, l’evento intende offrire "un'introduzione a questa forma sociale di condivisione di pensieri e informazioni".
Ma non è che con Leonardo e Madame si riesce a farsi invitare per una conferenza? almeno un reading?!


musica di primavera 3

Svegliarsi con l'influenza in una calda mattina di primavera, una specie di privilegio disinteressato e distante.
Probabilmente l'album dei Perturbazione resterà per sempre associato in me a questa idea, a un primo ascolto filtrato da analgesici, temperature fluttuanti e sole negli occhi da sotto molte coperte.

Ho voluto aspettare un paio di settimane prima di scriverne, per non essere troppo irruente, ma devo confessare che In circolo in questo periodo è migliorato: è uno di quei dischi che sa aspettare e tornare fuori bene dopo qualche tempo che l'hai comperato (anche se l'hai comperato assieme a uno sciroppo per la tosse), soprattutto in queste giornate che sembrano di fine autunno.

In radio gli è stato detto di tutto, pareva potessero assomigliare a chiunque: Smiths, Rem, Radiohead, Cure, Housemartins, dEUS, Gino Paoli (effettivamente Agosto meriterebbe una cover di mr. Sapore di sale. Voglio dire: se anche Giuliano Palma lo fa passare per suo vecchio amico...).

Eppure, nell'abilità di riuscire a tenere due passi (gli scanzonati autori de Il senso della vite potrebbero non sembrare nemmeno gli stessi di Per te che non ho conosciuto, ad esempio), nella capacità di passare da un'allegria presto sfumata di malinconia a un'amarezza che però riesce a mostrarsi effimera, credo risieda qualche caratteristica tutta tipica dei Perturbazione, e che solo loro meritano.

Ammetto che un paio di difettucci ci sono, che un paio di pezzi sembrano troppo "target oriented" (vogliamo dire furbi?), e che qualche verso forse cerca troppo i pennarelli dei diari, ma il distillato finale di questo disco è assolutamente di pregio (la risposta italiana agli Afterhours?).
Probabilmente dopo tutti questi anni non potrà più avere il successo e l’impatto di un esordio come "Catartica", ma parliamo pur sempre di musica leggera, qualcosa che in Italia, non dimentichiamolo, ha come massima espressione sanremo o il festivalbar.
I Perturbazione ce lo fanno piacevolmente dimenticare.
Per i momenti più agrodolci di questa primavera: consigliato.

venerdì 12 aprile 2002

William Saroyan
«Ora comincio a sentirmi in colpa, sciocco e incapace.
Ho messo fuori troppe parole e comincio a sentire di non aver detto niente.
Questo, l'impressione di non aver detto niente, è una cosa che fa perdere la testa a un giovane scrittore. Un giornalista al posto mio, non avrebbe adoperato più di tre parole. L'uomo è uomo, avrebbe detto. E avrebbe espresso, così dicendo, un mucchio di cose. Ma io, con tutte le mie parole, voglio riuscire a esprimere una cosa sola. Voglio dare un significato preciso, e per questo forse il linguaggio mi viene impreciso. Giro attorno al mio argomento, all'effetto che voglio raggiungere, e cerco di vederlo da tutte le parti, in modo da averne un quadro completo, una visione, diciamo, integrale. È il cuore dell'uomo che voglio esprimere in questo racconto.
Proviamo daccapo».

William Saroyan, dal racconto Settantamila Assiri, traduzione di Elio Vittorini.

giovedì 11 aprile 2002

Un caffè con Franco Bertoli

Poveri ferraresi, devono essersi svegliati con un bel maldischiena. Hai voglia dire che per Ferrara è già buono essere lì, in semifinale. Li ho sentiti nei giorni scorsi. Prandi, il presidente; a fare i modesti. Ma si capiva che quella modestia lì era solo un modo per mettersi alla pari con Modena, anzi, diciamo con la Panini. "Emilia Caput Volley", con Parma nella parte bassa del tabellone. Uno di Ferrara poi, si monta la testa anche solo se gli nomini Ariosto o Roberto Pazzi.

Oh, non che noi modenesi stiamo tanto meglio. Nella pallavolo, che come logiche sta sempre più assomigliando al tennis, la cosa fondamentale è saper vincere. La nostra squadra non sa vincere. Cioè ci prova ma proprio non ci riesce. Sanno vincere in due: Cantagalli, che io considero senza mezzi termini una specie di genio, e Gardini, inguardabile come pallavolista ma capace di vincere. Vincere a pallavolo vuol dire questo: riuscire a giocare più o meno alla pari con gli avversari per i primi 40/44 punti poi decidere (ripeto: decidere, non sperare, provare ecc.) di mettere a terra tre o anche solo due palloni consecutivi. Tutto qui. Quindi non si deve vincere per tutta la partita, si deve vincere per cinque o dieci minuti ogni set. Tenete conto che il volley è uno dei pochi sport (come appunto il tennis, il tennis di più) in cui può tranquillamente vincere chi fa meno punti dell'avversario. Non tutti i punti sono uguali.

Beh, ieri Ferrara poteva davvero vincere, ha quasi battuto una squadra più forte di lei in quasi tutto ma non capace di vincere. Dopo aver spremuto sugo da tutti i pori per più di metà partita, la salama s'è fatta mettere sotto da Cantagalli, uno della bassa modenese che ha la straordinaria capacità di dirsi "adesso non sbaglio" e non sbaglia, e da Gardini un romagnolo del ravvennate (se non sbaglio) che ha preso tre muri in due ore e mezza di gioco, fra cui gli ultimi due. Così facendo ha rischiato di insegnarci a vincere. E allora io mi butto: pronostico il passaggio del turno, al meglio delle cinque partite, per tre a zero.

Insomma, scusate ma ieri sera ho ascoltato tre ore di radiocronaca palleggiando contro il muro di sala e stamattina al Caffè Concerto ho fatto colazione a gomito con Franco Bertoli.

mercoledì 10 aprile 2002


nella fornita edicola di Rock On Line potete trovare il riassunto del numero di aprile della rivista inglese Q, dove figurano tanto i Pet Shop Boys (ma fino a ieri non li massacravano tutti?) quanto gli Strokes (uh, così tired dopo un anno in tour): cosa volete di più?

Forse qualcuno che su Q magari non finirà mai, né passerà tra i comunicati stampa dei ripetitori italiani?
Ecco allora They Might Be Giants (e qui Glauco potrebbe scrivere davvero il suo primo post per Polaroid) ormai giunti al ventennale di carriera. Su Dispenser la cronaca delle loro ultime surreali trovate.

BloggandoPolaroid è stato inserito nell’elenco dei blog italiani tenuto da Bloggando (ottimo sito anche per introdursi al mondo del weblog) e la cosa ci riempie di orgoglio (nonostante ieri fossimo finiti nella categoria Politica e Società... Leonardo e Madame Defarge si saranno fatti quattro risate).
Many thanx to l'Uomonero :-))

L’Ingegnere e il sottoscritto hanno fatto anche un po’ di ordine qui a fianco: manca qualcosa? (necessario un upgrade di Fabio & Arturo).

Ancora a proposito del mio gruppo preferito di questa primavera, le imprescindibili All Girl Summer Fun Band, mi ero dimenticato di segnalare la recensione di Federico Ferrari (come sempre, molto filologica) apparsa tempestivamente su Flirt.

«Hey kids, are you into the Black Rebel Motorcycle Club? If so, then you might check out the band they stole their sound from, The Jesus & Mary Chain».

martedì 9 aprile 2002


Life is very long when you're lonely

Farewell to this lands cheerless marshes
Hemmed in like a boar between arches
Her very Lowness with her head in a sling
I'm truely sorry – but it sounds like a wonderful thing

Dear Charles, don't you ever crave
To appear in the front of the Daily Mail
Dressed in your Mother's bridal veil?


The queen is dead, The Smiths, 1986. La traduzione chiedetela a ebi
Ingegneri e Edili: spazio e letteratura


Senso pratico e sense of humor se ne vanno allegramente a braccetto. Tutto risiede nel fatto che questi (i pratici; si veda anche le Storie di Cronopios e Famas di Cortazar, Einaudi, che piace un sacco agli architetti) delle cose capiscono il meccanismo e riescono quindi a prender le distanze (sistemi di riferimento, si veda più sotto o in archivio). Lo dice Pavese (Mestiere di vivere, Einaudi) e facciamo che mi convince (è anche il Senso della vite, Perturbazione, se vogliamo, anche se alcuni del settore, però civile, sembrano non apprezzare). Che gli ingegneri abbiano senso pratico è opinione diffusa (non argomentiamo) ma meno conosciuto (qui lo scoop del post) è il fatto che gli ingegneri hanno un sacco di spazio per pensare (pause). Ce lo segnala Bruno nel suo blog-brogliaccio: Giornale di cantiere dove si legge: Perché una delle cose più belle e più brutte di questo mestiere è lo spazio libero concesso al rimuginio del cervello. Ci sono giorni in cui ti basta il 10-15% della tua limitata capacità mentale per andare avanti tranquillamente col lavoro. Un minimo di attenzione per non farsi male, un tantinello di accortezza per non combinare boiate, un pizzico d'ispirazione per fischiettare una canzone in tono e non occorre altro. Le mani ripetono gesti abituali, gli occhi controllano un minimo e l'hard-disk interiore gira senza controllo. Vabbè, Bruno è un edile con il kuore, ma visto che mi trova pienamente d'accordo, estendo alla categoria e di lì la metonimia per ingegneri, in generale. Quindi vale anche per i meccanici, ad esempio Musil Robert, e per gli elettrotecnici/elettronici, ad esempio Gadda Carlo Emilio. Che non sono affatto figure atipiche, ma l'espressione più completa dell'ingegnere ben riuscito (loro, nello spazio di risulta, 90-85%, hanno studiato la Filosofia).

Noialtri, poveretti, non siamo che ingegneri a mezzo.

venerdì 5 aprile 2002

musica di primavera 2

È stato bello, ieri sera, aiutare Francesca di Radio Città 103 (quella della rassegna stampa al mattino, la voce appena più squillante) a editare il suo primo mp3 per Radio Gap (un’intervista telefonica a Piera da Ramallah).
Il problema era eliminare certi disturbi in coda per poi spezzare il file di cinque mega (Cool Edit sembrava un po’ ottuso) e renderlo più leggero da scaricare.
Anche se poi abbiamo cominciato Polaroid con (i soliti) quindici minuti di ritardo, l’Ingegnere e io ci siamo sentiti un po’ più parte della radio :-)

questa è una foto della Banda Roncati, che non ho trovato nulla sugli Ottoni a Scoppio. Almeno qui si vede l'Arianna - seconda da destra :-) Neanche a farlo apposta, avevamo già pronto come disco d’apertura una canzone della Banda degli Ottoni a Scoppio di Milano (la linko anche se oggi ECN non funziona: ci sarà da preoccuparsi? sarà l'indirizzo giusto?), la banda che ha accompagnato la delegazione dei pacifisti italiani a Gerusalemme nei giorni scorsi.

Purtroppo non avevamo la loro versione di Otto e mezzo, ma il pezzo insieme a Ivan Della Mea (gentilmente procurato da Arianna della Banda Roncati di Bologna) si poteva comunque ballare stappando il vino (prima un Marzemino e poi, quando sono arrivati Fabio e Arturo, anche un porto, che avrebbe dovuto farmi bene alla gola...).

Per chiudere, un brindisi a sorpresa con Massimiliano Bucchieri, vecchia conoscenza delle pagine di Rumore e storica voce di Radio Città 103, ora in anno sabbatico per licenza paternale. Ciao Anna!
Ci si vede tutti stasera al Maffia per Giardini di Mirò + Pandemonio Night (avec Piddu) e domani sera al Covo per i Diaframma dell’intramontabile Federico Fiumani.

martedì 2 aprile 2002

Dealership
musica di primavera 1

Definitivamente la colonna sonora di queste giornate più o meno festive l’hanno regalata gli mp3 delle All Girl Summer Fun Band (da Portland) e dei californiani Dealership (che sul loro sito tengono anche un blog).
All Girl Summer Fun Band
Indie Pop, sha-la-la, ragazze al sole con le magliette più caaariiine che abbiate mai visto, nessuna speranza di sfiorare qualche classifica.
Approved by Polaroid.

Molto divertenti anche i "cartoni animati" in flash su entrambi i siti; da vedere il filmato delle AGSFB dal vivo davanti a tre persone.

Peccato che il masterizzatore in ufficio sia rotto: speriamo che i ragazzi di Glamorama ci prestino i cd...
:-))

Carlo Emiliocara dottoressa Ellegi, lo sapeva che...
il Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri ha reso noti i dati relativi alle "dichiarazioni" circa le assunzioni delle imprese nel 2001.
Gli ingegneri sono sempre più richiesti dal mercato del lavoro. Lo scorso anno sono stati assunti 18700 professionisti, mentre nel biennio 1999-2000 erano stati circa 15200. Per coprire queste esigenze, le aziende ricorrono sempre più a ingegneri extracomunitari (1800 assunzioni nel 2001).
Più della metà degli ingegneri assunti è assorbito dalle grandi imprese (quelle che contano più di 250 dipendenti), ma il numero delle assunzioni da parte delle aziende piccole e medie negli ultimi due anni è quasi triplicato. Oltre il 52% delle assunzioni si concentra nelle province di Milano, Roma e Torino.

[fonte Il Sole-24Ore]

lunedì 1 aprile 2002

Buster Keaton e Marceline Day in 'The Cameraman'
Accoglienti le poltrone del Lumiére dopo la tortiera di lepre, noci e prugne.
Ci saremmo forse appisolati se non fosse apparso Buster Keaton, accompagnato dal pianoforte in sala di Marco Dalpane.
Accorgersi che quelle gag (vecchie quasi di un secolo) ci stavano ancora raccontando qualcosa di noi è stato entusiasmante.

Dentro l’apparente semplicità meccanica di One week (1920), corpi che rimbalzano e oggetti che si ribellano, nella sua ironia amara verso una fiducia nel futuro prefabbricato, ci è venuto spontaneo leggere oggi la stessa ironia nei confronti della non funzionalità post moderna (quante volte Gehry avrà visto questo film? I suoi edifici assomigliano in maniera imbarazzante alla casa che la giovane coppia di sposi costruisce seguendo le istruzioni sbagliate).

Nemmeno il tempo di riaccendere le luci e partiva il capolavoro The Cameraman (1928), la storia di uno squattrinato fotografo che si improvvisa cineoperatore inseguendo la ragazza di cui è innamorato.
Le prime scombinate riprese del goffo Keaton sono un delirio di sovrimpressioni, moviole al contrario e scene fuori fuoco, mentre il reportage riuscito è tale perché dietro la macchina da presa c’è una scimmia. Secondo il buon Mereghetti, in questo film si incontra una critica del linguaggio cinematografico: le due situazioni, infatti, offrirebbero un’icona del cinema d’avanguardia (alla Vertov) da un lato, e del cinema hollywoodiano dall’altra.

Forse, si può aggiungere che qui il linguaggio cinematografico sta per tutto il linguaggio. E ne risulta un parziale pessimismo di Keaton: da una parte, infatti, la scelta poetica (per quanto fatta da mano umana) rischia di essere ridicola e aleatoria; dall’altra, il realismo e l’uso razionale e “giornalistico” del linguaggio sembra alla portata anche di una scimmia.

Il “terzo elemento” che fa uscire la storia dal vicolo cieco del cinismo (e che è anche il motore primo della vicenda) è l’Amore. Come il film The Cameraman è un film d’amore (più e prima che una dissertazione sulla natura del linguaggio), così la dicotomia prosa-poesia sembra risolversi o scomparire quando il corpo di gomma di Keaton si impone e persiste nelle peggiori situazioni, appeso al suo sguardo innamorato.