mercoledì 30 aprile 2003

Giardini di maggio

Qualche settimana fa ho avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere al telefono con Jukka dei Giardini Di Mirò. Dico quattro chiacchiere perché chiamarla intervista forse sarebbe peccare un po’ di presunzione: per prima cosa, il mio registratore ha smesso di funzionare dopo dieci minuti e io nemmeno me ne sono accorto. Inoltre, la telefonata si è risolta in una conversazione talmente informale (tra il Bologna ancora sopra di un gol sulla Juve e la gatta che si mangiava il cappotto) che non si può proprio dire stessi lavorando.
Forse Jukka, che come ci ricorda Giovanni, è “oltre a John Peel, l'unico uomo che riceve gratuitamente i dischi della unhip records”, meritava qualcosa di più della mezza paginetta che ho messo assieme per lo scorso numero di Zero In Condotta, ma è andata così.

Comunque era per parlare del nuovo disco dei Giardini di Mirò.
Io al telefono parto con molte pretese e gli butto lì che Punk… not diet (in uscita il 16 maggio su Homesleep) mi sembra un disco molto più “morbido” del precedente Rise and fall of academic drifting, nel senso che si percepisce un atteggiamento in linea di massima più “pop”, forse inaspettato da quelli che all’inizio erano etichettati semplicemente come “i Mogwai italiani”.
Tra parentesi, a fresco ascolto dell’ultimo lavoro degli scozzesi (benedetto Soulseek), mi sembra che i due gruppi abbiano ormai preso due strade del tutto differenti (e non c’è bisogno che vi dica quale mi pare più interessante).

Per prima cosa, Punk… not diet è quasi per intero cantato. C’è la voce di Alessandro Raina (accento sulla prima a) che, ad esempio, ti fa venire la pelle d’oca in When you were a postcard o nell’imminente singolo Given round (oops… revolution on your pins), anche se, paradossalmente, proprio questo brano è tra quelli che musicalmente si avvicinano di più al passato della formazione reggiana.

Devo chiarire qui che la conversazione con Jukka si è basata soltanto sui numeri delle tracce, perché lui sembrava abbastanza all’oscuro dei titoli che erano riportati sul promo in mio possesso e gentilmente prestato da Mastro Arturo.
Insomma, davvero la numero 4, gli dicevo io, è il prossimo singolo? Ma sai che io avrei detto la 6? (ma che razza di domanda è??)
E lui fa: scusa, quale? E io: Ma dai, The comforting of a transparent life, praticamente perfetta, dove la voce limpida si stacca dalla musica e sembrate quasi i dEUS. Anzi no, guarda, i Notwist.

Infatti la 6 (che Jukka ricorda come “You define it”) è scritta a quattro mani con Styrofoam, dopo un complicato scambio di registrazioni via posta. Si vede che quest’anno fa figo così.
Styrofoam che, trovandosi proprio con i Notwist in tour negli States, scrive ai GDM dicendo che ci sta ancora lavorando su. Magari, si augura Jukka, un giorno uscirà un singolo con tutte le versioni assieme, un documento del percorso e del lavoro che è stato fatto.

Comunque, sembrano scomparsi certi attacchi di pura rabbia come nelle vecchie Trompso is ok o Pearl Harbour. Ciò può anche non dispiacere. Di sicuro l’aggressività non mancherà dal vivo, rassicura Jukka, però su disco l’ascolto prende un’altra piega.
Te ne accorgi all’inizio della quarta traccia, Connect the machine to the lips: ci sono dei glitch, dei blip, dei bzzz bzzz che aprono alla solita tromba in stile GDM sopra arpeggio da ipnotismo. Quei rumori si innestano sul corpo di una classica canzone da Giardini e non lo abbandonano, restano in disparte per riemergere appena possibile, e in qualche modo incidono profondamente su tutto il clima.
Quegli innocenti rumorini sono prodotti da Thaddy Herrmann, di Herrmann & Kline, casa Morr. E questo può spiegare molte cose.
Il resto è davvero di qualità superiore, deliziose voci delle sorelle Brewster comprese, immerse in un paesaggio che (perdonatemi) fa subito pensare all'Islanda...
Questa sera impedibile anteprima assoluta delle nuove canzoni dal vivo al Container di Bologna, ore ventidue. Ci si vede là.
Jo soy un perdedor / I’m a Loser blog / so why don't you kill me

Loser, la nostra web radio preferita ha rinnovato il look e ha aggiunto una sezione in forma di blog.
Lo segnalo unicamente perché ha citato polaroid.
Altrimenti non farei mai un favore ad Andrea (tra parentesi, l’unica persona al mondo che mi abbia mai chiamato DJ).
Si scherza régaz, Loser spacca (come direbbe lui): date un’occhiata ai nomi contenuti nella terza compilation omonima.

domenica 27 aprile 2003

She's got a ticket to ride

E così pare proprio che sabato prossimo polaroid sarà qui :-))
Stay tuned for reviews!

venerdì 25 aprile 2003

Musica dalla stanza accanto

Radio Dept. - ''Lesser matters''La luce è limpida sopra i boschi a valle, in questo scintillante mattino di aprile. Se mi volto verso le montagne dietro la casa, però, percepisco come un velo davanti agli occhi. E’ vapore che si alza dal ghiacciaio, è una scia di nube che scende sulle tre punte. E’ lì che siamo diretti oggi, con lo zaino, gli scarponi e un inedito su Ungaretti.

Torno on line dopo una settimana e scopro che il mio blog about music preferito ha appena fatto un post molto bello e ricco d’arguzie proprio a proposito del mio disco preferito della stagione, e forse dell’anno.
La cosa non può che farmi piacere: qualche tempo fa a me erano bastati pochi mp3 per innamorarmi dei Radio Dept. e decidere di compiere un improbabile acquisto su internet.
A sorpresa, il pacchetto Shelflife (con tanto di badges e poster extra: gentilissimi) era arrivato subito prima della nostra partenza, e mentre preparavo la valigia lo avevo copiato di corsa per tutti i ragazzi giù alla radio, sempre molto comprensivi per questi miei travolgenti innamoramenti di primavera.

Davvero “Lesser matters” conferma tutte le mie aspettative di ingenuo indie kid: melodie molto twee che sanno appoggiarsi tanto su strati di feedback (che tutti hanno subito associato ai Jesus and Mary Chain) quanto su impalpabili trame sonore che a volte fanno pensare addirittura a degli Air in versione lo-fi.

Dopo il minuto introduttivo di “Too soon” (un’apertura con descrizione d’ambiente che non dispiacerebbe agli ultimi Yuppie Flu), le bacchette di Per Blomgren battono quattro e arriva “Where the damage isn’t already done”, forse il pezzo più immediato e tirato dell’album. Qui, e ancora di più nell’eccezionale “Why won’t you talk about it”, effettivamente si possono cogliere parentele con i fratelli Reid, mentre l’irresistibile giro di chitarra, come nelle migliori occasioni, suona subito noto ma al tempo stesso nuovo. Pelle d’oca, come per ogni canzone che ti colpisce al cuore al primo ascolto.
La voce di Johan Duncanson è roca, quasi rotta dall’emozione, e potrebbe non farcela da un momento all’altro. Mi ricorda la prima volta che mi hanno fatto ascoltare i Dinosaur Jr.

Da qui in poi, a cominciare dall’attacco di “Keen on boys” (dove un sottofondo ruvido e una batteria - che vorrei dire più meccanica che elettronica - fanno da contrappunto alle voci che si inseguono e si sovrappongono) si fa strada l’idea che i Radio Dept. siano nella stanza accanto.
C’è qualcosa di continuamente sfuggente nel loro suono, di indefinito e seducente: forse il rimbombo del cantato (spesso filtrato), una struggente ossessività, una ricerca di semplicità che a volte emerge proprio dove è più spinta la saturazione.
La dolcissima “Against the tide”, ad esempio, è tenuta insieme da un beat minimo di rullante e un filo di synth quasi spaziale. Poi ti accorgi che ci sono uccelli che cinguettano, le voci raddoppiano, l’eco prende il sopravvento e alla fine arriva lo spoglio assolo di chitarra, di una malinconia da lasciare senza parole.

“Strange things will happen” (la preferita dell’IngegnIere) meriterebbe una cover da parte dei Delgados, se non altro per la grazia della voce di Elin Almered, l’amica della band che ha anche dipinto la copertina del disco.
Infine, tutte le reminiscenze di Joy Division, My Bloody Valentine e Cure emergono chiare nella sconsolata “Ewan”, dove la batteria sembra lontanissima eppure capace di aprire una danza ad ogni colpo di piatti.

“Lesser matters”: cinque stelle sul tabellino di polaroid, anche se non mi credete perché si capisce che sono troppo innamorato.
Kids are us

A Trento ci andiamo più che altro per guidare un paio d’ore, ascoltando misconosciuti gruppi twee-pop che l’estate scorsa si prodigavano per regalarti, generosi, emmepitre promozionali, mentre fuori dal finestrino la natura, generosa altrettanto, blandisce col suo clip new-age, il villeggiante propenso alla meraviglia e all’abbandono, tinte le dolomiti baciate dal sole e bagnate dal vino, parchi naturali animati da lemon jelly, le docili viti, rintocchi di campane, le croci di legno ai crocicchi, le chiese di pietra arroccate e merli neri e merli di castelli.

A Trento sembra estate per noi reduci di improvvise piogge battenti e tempeste di ghiaccio.

A Trento come tu ti aspetti c’è un desktop di montagne in fondo alle strade, ancora innevate o già verdi, verde pino, ecco, mica verde smeraldo come certe oltraggiose bandiere, incollato sullo sfondo pantone che solo un cielo di fine aprile e di sole che rompe irreversibile l’inverno alle nostre spalle.

A Trento, e deve esser per via di quel Concilio, si passeggia in un’aria austera e rarefatta, come a dire, il grigio della pietra di montagna sotto l’inviluppo dell’edera e le scene di genere dipinte a fresco, e noi un po’ segretarie e un po’ magdalene ci si sta in agio come le trote nell’adige, intontite e lascive.

La scusa, per cacciare un po’ il naso tra l’odore di resina e pigne che svapora dal dintorno sottobosco è una piccola mostra. La piccola mostra è sempre una scusa, del resto, in generale per mangiare tipico e bere tipico e dormire tipico. Noi no, del resto, tranci di pizza sui gradini del duomo, quasi una graticola, il sole delle due, la birra in lattina. Stiamo bene, aspettiamo un gelato.

La piccola mostra che si appende e appoggia e snoda e suona nelle sale della galleria civica di arte contemporanea e alla scuola elementare raffaello sanzio, si chiama kids are us (fino al 25 maggio).

Alla mostra ci sono molte opere davvero minori di artisti pressocchè famosi, tipo haring che fa un topolabirinto alla klee, basquiat che fa teschi marroni, quella gran simpatia di pippilotti rist, jeff koons su tela che vabbè è gigantesca e molto rosa pure se il colore rosa manca, e altri importanti italiani tipo bonomi e arienti e un tipo davvero atroce che si fa chiamare ultrapop, che rappresenta uomini come polli con un bastone infilato nel sedere in città in fiamme tra sacchetti di chickenmcnuggets.

La mostra è un gioco dell’oca, un po’ perchè è circolare come spesso capita alle mostre per vie dei posti che le ospitano, un po’ perchè per terra ci sono le caselle colorate e ad ogni numero c’è un opera e una seggiolina colorata dell’ikea e un gioco da fare che se li fai tutti poi ti regalano cappellino o rivista?
E se lo fai due volte due regali.

Noi che non ci stavamo nella seggiolina abbiamo giocato seduti per terra rubando le matite ai bambini, cronometrato il tempo per uscire dal labirinto di haring, costruito un borgo medievale, fatto il memory con un grande pannello di pasta di carta e souvenirs d’infanzia americana, interpretato basquiat sulla lavagna magica, fatto le analogie e le sensazioni con le casine di ettore de paris, disegnato calici di martini ad occhi chiusi attaccato gli adesivi di murakami al muro con l’url di polaroid, camminato una scuola elementare deserta, architettura del moderno rossa e grigia, tra opere d’arte abbandonate tra gli appendini coi nomi, bagni in miniatura, lavagne laboratori informatici a caccia di fili telefonici, fatto suonare la paglia e le canne di bambù.
Del resto: kids are us.
Blog (c)age?
quando non sai di cosa parlare, parla del blog


(Questo pesissimo post è vecchio di sette giorni, ma quissù tra i monti non si aveva tutti i fili giusti e quindi ci contenteremo della differita)

Giovedì scorso in radio è successa una cosa simpatica, che merita di essere ricordata su polaroid.
Stavamo raccontando del concerto bolognese di Interpol interrotto per il malore del batterista, quando Inkiostro (in ascolto da qualche parte in città) ci ha mandato una mail. Avvisava che sul sito dell’Estragon era appena comparsa la notizia del recupero della serata il venerdì.
Tra un pezzo e l’altro abbiamo dato l’aggiornamento e abbiamo salutato in diretta Inkiostro, uno dei nostri link preferiti.

La cosa potrebbe anche finire qui (molto inside joke) se non fosse che da una settimana leggo dappertutto i resoconti di questa conferenza sui blog che si è tenuta a Milano, con tanto di giornali e giornalisti.
Non intendo offendere nessuno, ma mi viene da pensare che sia tutto spropositato al limite del ridicolo.

Personalmente, non ho mai avuto problemi a incontrare di persona quelli che scrivono i blog che mi piace leggere. Li abbiamo invitati in radio, a nostra volta abbiamo preso treni e ci siamo dati appuntamenti, addirittura a qualche manifestazione.

Conoscevo le reazioni di alcuni blog “pionieri” quando incontrarono per la prima volta Leonardo. Si parla ormai di tre anni fa, i blog italiani si contavano sulle dita di una mano ed erano piuttosto geek-oriented. C’era questo strumento nuovo e Leo lo usava per pubblicare tutto quello che gli pareva, senza l’assillo di una redazione. A loro, per quanto ne so, piacque subito. Anche se non sapeva nulla dei feed rss...

Poi piano piano arrivò tutto il resto, e in mezzo c’eravamo anche noi (grazie del link Marco :-) mi limito a segnalare che ben prima di polaroid c’erano anche Valido e Ludik, tra gli altri...). Ognuno faceva quel che voleva e poteva. Si crearono spontaneamente “compagnie”, si scambiarono i contatti e si fecero nuove amicizie
Esattamente come nel mondo reale? Cacchio, ma dove crediamo che sia internet? Un blog era soltanto un (altro) modo per parlare, per scrivere, per raccontare (per chi ci riusciva).

Poi arrivò chi decise che qualcosa era serio e qualcosa no. Da quel giorno ho avuto l’impressione che un blog, questo sito facile facile da fare, mi piacesse sempre meno.
Venne fuori (esattamente come per i racconti che scrivevo a vent’anni) che molti blog erano brutti perché versioni on line di “diari”.
E venne fuori, anche, che i blog migliori avevano più a che fare con il giornalismo.
Qualcuno poi si preoccupò di creare programmi per selezionare i blog migliori sul browser e per raccogliere le cose meglio scritte, insomma di regolare tutto per bene.
E poi venne il momento di incontrarsi e contarsi.
Alla fine mi sento un po’ confuso. Quasi vorrei negare di avere mai avuto a che fare con i blog e la loro gente. Io? Io non so neanche l’html...

Però ho deciso che occorre reagire: bastano le etichette a buttarmi giù? Eccone pronte delle altre.
Al genere letterario del “diario”, nelle conversazioni da osteria, ho sostituito quello del “romanzo di formazione”: ad esempio, polaroid è la storia i due (almeno due) che provano a condurre un programma in radio e tentano di formarsi un gusto musicale.
(Funziona, mi sento già meglio.)
Alla patente di professionalità che il giornalismo conferisce risponderemo con il miglior spirito da fanzine di cui saremo capaci: opinioni personali, discorsi militanti, un’aria di disorganizzazione perenne e soprattutto una marea di contraddizioni, banalità, balle e poesia a ruota libera, senza vergogna.

Tutto questo per dire che non serve molta teoria per capire che ci fa piacere quando qualcuno che non abbiamo mai visto ci scrive, e che ci farebbe ancora più piacere incontrarlo in radio. Se il blog è il mezzo (se resta tale), vada per il blog: il resto, davvero, poco importa.

martedì 22 aprile 2003

Al mio Tesoro non importano i concerti,
al mio Tesoro non importano i vestiti,
al mio Tesoro importa soltanto di me.

Non si interessa alle macchine o ai gran premi,
non gli interessano i posti da fighetti.

Liz Taylor non è proprio il suo tipo,
e quanto al sorriso di Lana Turner,
lui non ci fa neanche caso.

Mi chiedo se non c'è qualcosa che non va
col mio Tesoro:
il mio Tesoro pensa solo a me.

Thank you, good night.

giovedì 17 aprile 2003

Turn off the bright lights (almeno per un po'?)

Pare che la data di Torino non sia stata eccezionale: quella di Bologna, invece, proprio non è esistita.
Gli Interpol sono apparsi stanchi, hanno suonato tre pezzi, poi il batterista vittima di una tendinite ha dovuto lasciare il campo, con evidente disappunto del pubblico che affollava l'Estragon al limite della possibilità fisiche.
Sono rientrati, hanno provato a ricominciare (tra l'altro con un pezzo inedito) ma non c'è stato nulla da fare. Lo stesso batterista si è fatto avanti e ha detto "sorry" un paio di volte.

Siamo rimasti a chiacchierare lungo il vialetto mentre la gente scorreva fuori e cercava di capire se rimborsavano il biglietto.
Le ultime notizie dicono che la data verrà recuperata domani sera, sempre all'Estragon. Siamo in attesa di conferme, ma intanto i più maligni si augurano di non doversi sorbire nuovamente il gruppo di supporto British Sea Power.

Io, che come al solito non capisco niente, li ho trovati fantastici. Mi sono sembrati una rock band intrinsecamente britannica e al tempo stesso, in qualche modo, astratta. Potrebbero saltare fuori dall'Inghilterra del futuro immaginata dal film Brazil: indossano uniformi della prima guerra mondiale o strane cerate con ambigue macchie, hanno occhi spiritati che ti fissano, mentre il batterista è rimasto incappucciato come un monaco per metà concerto. Il palco simulava un brughiera con rami secchi, siepi e uccelli impagliati (che poi c'è voluto mezz'ora per sparecchiare mentre il pubblico sempre più impaziente).

Musicalmente mi hanno ricordato qualcosa dei Television, più di uno ha notato che la voce a volte ricalcava addirittura quella di Springsteen, quasi tutti i pezzi invitavano a ballare (se solo fossimo riusciti a muoverci) e poi sul finale l'impasto new wave è degenerato in un delirio selvaggio che non saprei se definire punk o psichedelico o soltanto assurdamente rumoroso, con tanto di chitarrista arrampicato sulle casse.

Primo fatto da cui concludo che l'esibizione ha avuto successo (cioè ha fatto quel che deve fare un concerto rock): mi è rimasta per un pezzo la pelle d'oca, nonché un largo sorriso ebete sulla mia facciona divertita.
Secondo fatto: dopo averli visti live sono curioso di sentire che effetto fanno su disco. Stay tuned.
Valido Lavigne

Anche se non vedo più Mtv, e probabilmente non so cogliere ogni sofisticata citazione, direi che il sito con il "making of" del film tratto da sk8er bOi è decisamente da non perdere :-)

martedì 15 aprile 2003

i. dentro la notizia: è ufficiale! Beck sarà ad Urbino il 7 di agosto in occasione di Frequenze Disturbate. Direi anche di più se uno qualunque dei due siti si schiudesse alla mia sete di conoscenza.

ii. disordine et matemagica: l'assunto nel post di maxcar chi possiede più di cento dischi è un maniaco, mi ha fatto ricordare che poco tempo fa qualcuno mi disse (a proposito dell'infernale meccanismo del portacidi) chi possiede meno di cinquanta dischi è uno sfigato. Mi verrebbe da dire che la gente normale riordina mediamente tra i cinquanta e i cento dischi. Da cui l'istanza (che ora capisco) di un buon porta cidi e l'arrabattarsi continuo del povero designer tra estetica - funzione.

iii ??? quegli insopportabili di pitchfork elargiscono un 8.9 (i.e. 9 --, disordine et matemagica) a feast of wire, il che resta quantomeno curioso: stante il fatto che l'album è bello. Davvero bello.

venerdì 11 aprile 2003

Stasera stanchi snob

acuarela discosPer settimane pare non succedere nulla: tu sei lì, carico come un tir di barbabietole in agosto che ti agiti e salti sulla sedia, e il calendario non propone niente di interessante.
Quando invece sei a terra, proprio nella settimana in cui tutto ti va per il verso sbagliato, ecco che immancabilmente ci sono diecimila cose da fare, concerti, presentazioni di libri, vecchi amici che ti richiamano e addirittura un gruppo che ti invita alle prove.

Oggi a polaroid siamo stanchi e ci toccherà saltare per prima volta una serata unhip (la prima fuori dalle mura amiche del Covo): perderemo così la seconda giornata del festival Distorsonie, che vedrà in scena principalmente Four Tet (avendo nel frattempo abdicato Donna Regina). Da segnalare anche i validissimi italiani di supporto: Wang Inc e Populous (neoassunto in casa Morr Music con un album eccellente su cui torneremo) e il dj set minimale di Giovanni "chiamate un'ambulanza" Gandolfi.

E nemmeno per sogno oggi saremmo in grado compiere la trasferta rivierasca per andare a sentire Songs:Ohia al Velvet (hey IngegnIere: stiamo invecchiando?). Così pare proprio che l'unica serata "a misura d'uomo" sia quella organizzata dall'infaticabile Fooltribe al piccolo circolo arci Aquaragia di Mirandola (MO) e dedicata all'etichetta indipendente spagnola Acuarela.
Suoneranno per la prima volta in Italia Aroah (praticamente la risposta spagnola a Cat Power) e i Manta Ray (indie rock apprezzati dai Sonic Youth). E tanto perché siamo tra amici, sarà l'occasione per rivedere per la quarta volta negli ultimi dodici mesi i Red Worms' Farm...
Pettegolezzi

Oltre ai Sigur Ros, all'edizione 2003 del festival Ferrara sotto le stelle, dovrebbe suonare (per due date) anche la band il cui nuovo album tutti stanno aspettando, e che qualcuno ha già scaricato anche se pare non la versione buona.
With a certain amount of irony

Dopo essere stato la causa di almeno un paio di decennni di cassette miste, ora anche Morrissey farà un nastrone!
(segnalato da The Modern Age)

(update: qui la playlist)

mercoledì 9 aprile 2003

Shoegazer da ufficio

Visto che al momento da queste parti nessuno pare avere il tempo o la forza di scrivere due righe, almeno occupiamo il modem con qualcosa di istruttivo.
Qui è possibile scaricare un intero concerto dei Ride, Live in Milan, Italy, City Square, Sept. 30th 1992.
Il diritto di voto non si nega a nessuno; però...

Quei cazzoni giù a Pitchfork smazzano un 3,4 all'album di Daniel Johnston!
Quasi quasi domani sera in radio lo suoniamo tutto intero.

martedì 8 aprile 2003

Consigli utili

Se vi piacciono i Notwist, e la vostra connessione è buona, passate a fare un saluto al generoso Ugo, il nostro uomo a Manhattan.
netiquette

Ringrazio Quarky che ha gentilmente linkato le parole d'amore scritte da polaroid a Daniel Johnston.
Lui ne aveva già parlato, e io non l'avevo segnalato: rimedio ora :-)
Non siamo più live (per fortuna i Mars Volta sì)

Oltre a non riuscire ad aggiornare polaroid con la continuità che vorrei (hei, ma sono rimasto l'unico a scrivere da queste parti? régaz, dove siete finiti?), mi sono anche accorto che ultimamente non parliamo più dei concerti che abbiamo visto: sarà la pigrizia, sarà che ci sentiamo più vecchi e crediamo di avere bisogno di qualcosa di più per emozionarci ancora.

In ogni caso, un paio di settimane fa, eravamo riusciti a infilare nello stesso weekend il singolare ambo con la data inaugurale del tour di Cristina Donà e il concerto dei Numbers, formazione che incide per la Tigerbeat6 e che suona un ironico ibrido di Gang Of Four e Devo. Avremmo potuto raccontare delle torte che affollavano i camerini per festeggiare l'anniversario di matrimonio della Donà, delle colleghe di blog finalmente incontrate; avremmo potuto raccontare del minuscolo circolo arci nella Bassa tra Modena e Mantova, dove "la scena" si confondeva con quella di San Francisco. E invece ci siamo persi.

Gli ultimi tre giorni sono stati ancora più intensi, e non credo ce la faremo a recuperare: venerdì Nada Surf (davvero buoni, ma non ero in vena), supportati da Echoboy (che mi ha coinvolto di più), serata che ci consigliava anche il nostro Strelnik; poi sabato Yuppie Flu (eccezionali, come il nuovo album) e a seguire "la nostra solita festa": ormai "noi che balliamo come al Covo" è diventato una specie di sound system, ci spostiamo da un locale all'altro, da casa di qualcuno a una cantina per una festa di laurea, e siamo sempre lì, con le ragazze, le cravatte, le spillette, le canzoni da nastrone...

E infine, domenica, Mars Volta dal vivo all'Estragon (preceduti dalle frenetiche e rumorosissime Radio Vago e dal duo hip hop Subtle), di cui però non si può proprio tacere, se non altro per cercare di compensare questo rimbombo che riempie le mie orecchie ancora dopo un paio d'ore.

Vedere i Mars Volta dal vivo forse può dare un'idea di quello che doveva provare Lester Bangs a Detroit trent'anni fa (sì, sto leggendo il libro di Jim DeRogatis e sono decisamente preso).
Sei canzoni per circa un'ora e mezza di set: a Bologna il tempo sembrava essersi fermato. Vengono in mente solo parole sconnesse ed esaltate: rock, rabbia, elettricità, grandioso.
Ero proprio sotto il palco per fare delle foto per un'amica (mi dispiace, quasi nessuna è venuta) e a un certo punto mi sono reso conto che tutta quell'energia che ti viene rovesciata addosso durante un concerto dei Mars Volta, e che non riesci a contenere, a percepire e analizzare a livello razionale, ti entra nello stomaco e ti sommerge.
C'è una suggestione oltre il frastuono, una forma indefinita ma per nulla nebulosa, così potente da fare spavento. Pochi davvero riuscivano a ballare, molti avevano semplicemente la bocca aperta in un sorriso incantato.
Schiacciati da un muro di suono e bellezza, una bellezza che sfiora il sublime, chiedevamo che smettesse e che andasse ancora avanti.

Certo, una recensione parlerebbe delle gesta spettacolari di Cedric Blixer sul palco, o saprebbe riportare al giusto contesto le musiche di Omar Rodriguez (più jazz che punk, pare), terrebbe conto dell'eredità degli At The Drive In, di cui i due erano i membri senza dubbio più riconoscibili, e non dimenticherebbe di descrivere il monumentale batterista Jon.
Ma per tutto questo è meglio rimandarvi al prossimo numero di Rumore e alla bella intervista di maestro Arturo.

venerdì 4 aprile 2003

E così questo è il futuro

Un paio di persone mi hanno già chiesto allora com’è questo ultimo libro di Douglas Coupland.
Io, che alla fine dei conti non mi esprimo tanto bene, ho sperato di cavarmela e di rendere un’idea rispondendo che ero rimasto sveglio fino alle quattro di mattina per finirlo.
Ma questa, mi accorgo dalla faccia di chi mi ascolta, non è un’esperienza di lettura che si comunica facilmente: troppo intima, troppo legata a ciò che io pretendo che diventi il tenere in mano un libro.
E dunque eccomi qui stasera, tra la cena e il cinema, seduto sul letto a cercare di capire cosa penso davvero di All families are psychotic (concedetemi la snobismo di chiamarlo col suo vero nome - il senso del titolo italiano mi sfugge completamente e mi fa un po’ rabbia: qualcuno ha qualche ipotesi?).

Da dove cominciare: dalla trama? Non ho visto le recensioni ufficiali ma immagino che poche riportino una trama. Difficile farlo senza tralasciare qualche parte importante. Semplicemente, succedono troppe cose. La prima impressione è che questo racconto di Coupland non sia riducibile, che sia tutto un continuo cinematografico e corale colpo di scena.

Certo, c’è un’unità di luogo (una Florida traslucida, quasi allucinata) e di tempo (i pochi giorni precedenti il lancio di uno Shuttle). L’azione invece eccede: i personaggi che ruotano in grande quantità intorno alla già numerosa famiglia Drummond fanno quasi tutto quello che ci si potrebbe aspettare dai personaggi di un romanzo: ci chiedono fiducia e la tradiscono, si rendono antipatici poi ci fanno ridere, appaiono e scompaiono, con provvidenziale tempismo.
Ma questo è niente. Il nucleo familiare al centro del racconto è qualcosa di così esplosivo che si fatica a tenere a mente tutto quello che ogni personaggio porta dietro: conversioni religiose, dipendenza da droghe, fedine penali impresentabili, donne trovate e perse, malattie incurabili, soprattutto una tenacia (anche nell’autolesionismo) che ha quasi sempre dell’incredibile.
Non mancano: una ragazza che si chiama Swh, una sparatoria tra consanguinei, auto a noleggio che in ogni capitolo finiscono fuori strada, un conto alla rovescia e qualche morto.

Quello che però fa di questa vertiginosa favola “un romanzo di Douglas Coupland” credo sia qualcosa d’altro, come al solito. Qualcosa che si insinua tra le rughe di una signora che ormai ha varcato la soglia della terza età e che scopre (casualmente su internet, ma sono le pagine più deboli) di essere ancora un essere umano dotato di vita e sentimenti. Una persona che si rende conto che tutto quello che ha sempre creduto, ciò a cui è stata educata, può andare in fumo, svanire, e ugualmente riesce a trovare spazio per desiderare di vivere, per capire quale sia “la differenza tra morire a sessantacinque anni oppure a settantacinque”.

«E così questo è il futuro. Non è quello che mi aspettavo, ma che io sia dannata se lascerò che il futuro mi ignori».

Dopo Fidanzata in coma non avevo avuto voglia di leggere Miss Wyoming. Chi ha amato i romanzi di Coupland, e li ha letti in senso cronologico, sa che a metà di quel libro succede qualcosa, avviene uno scarto nel modo di raccontare di Coupland (e vistosamente anche nello stile): compare una tensione “morale” che prima non era così palese, o che forse rimaneva sullo sfondo.
Ora pare che Coupland “creda” in qualcosa (non sto parlando necessariamente di religione), e cerchi di comunicarcelo in tutti i modi. In questo momento sono portato a dire che riempire All families are psychotic di mirabolanti avventure è solo un modo per mostrare che, nonostante tutto quello che ci può accadere, nonostante la follia e la merda del mondo nel quale siamo finiti, noi viviamo. È una verità che mi pare Coupland ritenga essenziale e che si sforzi di farci vedere nella sua nuda grandiosità.

Fatta questa premessa, cioè che noi viviamo, non ci resta che scegliere. Tutto ciò che continuiamo a fare per/con disperazione, mentre ci muoviamo come ciechi, a un certo punto in Coupland diventa un traguardo. Non è un passo indietro.
Cercare, pensare, osservare, incontrare: sono attività (vorrei dire “di base”) che i personaggi di All families are psychotic conquistano: ho l’impressione che Coupland voglia esortarci a vedere la vita come una prova (del nostro stesso cercarne un senso), e per uno che ancora dopo più di dieci anni viene presentato come “quello della Generazione X” (sottinteso fancazzisti tutti mtv e fast-food) mi pare decisamente notevole.
Non so se All families are psychotic sia un grande romanzo: so solo che sono molto contento di averlo letto, di averlo letto oggi, nonostante tutto. Non fatevi distrarre dai trucchi: qui c’è solo un essere umano vivo che vi sta abbracciando, forte.
Polaroid è un reality show?

A volte non capisco se siamo noi che stiamo un'ora in radio e trasmettiamo, oppure siete voi che entrate per un'ora nella nostra vita.
Questa sera, ad esempio, dovevamo andare in onda con mezz'ora di ritardo, per via della fascia informativa extra di Radio Gap. Poi non si è fatto niente. Sono arrivato lì, era tutto spento, ero da solo, La Laura ha telefonato da Ferrara, ho messo la chiamata in diretta sopra la bellissima Same new thing dei The Hunches.
Non mi ricordo cosa ci siamo detti, cose tipo hai lavorato oggi, come stai, hai visto la mail. Niente di che.
Però eravamo alla radio, e anche se probabilmente non ci ascoltava nessuno, noi stavamo lì: nell'aria, tra la pioggia, i motorini e la pizza da asporto.
Poi è arrivato Fabio, anche lui da solo, e mi ha lasciato restare al mixer, anche se tutti i dischi li metteva lui. Forse si era accorto che dovevo smaltire un po' troppi aperitivi.
Chi cazzo è tutta questa gente?
Impari tre nomi nuovi, e ce ne sono altri venti che vengono fuori.


L'IngegnIere