lunedì 31 marzo 2008

Polaroids From the Web
"My soul was on a mixtape" version

- "Il prezzo lo decidi tu. Puoi pagarlo anche zero (GRATIS!!!)": oggi sarà su tutte le "prime pagine" di blog e webzine musicali ma lo segnalo volentieri pure io: Fragile Forest, il nuovo e atteso album degli Yuppie Flu, è uscito ed è disponibile anche in free download, in anticipo di un mese rispetto alla versione su cd.
Nei prossimi giorni su polaroid intervisteremo la band per parlare dell'iniziativa e delle nuove canzoni.

- Si scarica gratuitamente anche Intended Play il sampler di primavera curato dalla Matador Records. In scaletta nomi come Stephen Malkmus, Cat Power, Mission Of Burma e New Pornographers, fra gli altri.

- Giusto un paio di settimane fa Valido ci raccontava da Londra il concerto dei Broken Records. Ora, per chi volesse saperne di più, l'ottimo Matthew del blog Song By Toad ha registrato una live session in esclusiva.

- A proposito: ecco la Black Cab Session di Pete & The Pirates, incasinati e adorabili come sempre.

- Pose e photoshop: questa è la Scena. Andrea continua la sua opera di comprensione della mostruosa Milano e del nostro mostruoso presente. Questa volta con una intervista ai curatori di Died Last Night.

- Wes Anderson è finito su The Sartorialist e il suo velluto a coste ha scatenato un putiferio di commenti.

- Sempre in tema di fashion: come modelle, forse se la cavano meglio Kazu Makino e Joanna Newsom.

- Un forum che raccoglie rarità audio e video dei National. (via)

- I Clever Square in anteprima su Rockit, con lo streaming di I Wish Jelle Was Italian (so we could get wasted together every friday), imminenente ep che sarà scaricabile dal sito della Tea-Kettle Records, a partire da lunedì 14 aprile.

- E per concludere, lasciatemi ricordare Just Like Monday, di cui si parla qui sotto, che inaugura questa sera nelle stanze della Bandiga, a Bologna.

venerdì 28 marzo 2008

Aspettando lunedì

Just Like Monday


Inaugura lunedì 31 marzo Just Like Monday, serata bisettimanale che Jonathan Clancy e il sottoscritto, in collaborazione con Città del Capo Radio Metropolitana, avranno il piacere di allestire alla Bandiga, golosissima osteria (con annessa una spettacolare salumeria) in centro a Bologna.
La selezione musicale di Just Like Monday, tra pop e chitarre, con un'abbondante dose di soul, vi accompagnerà durante gli aperitivi, a partire dalle sette e mezza.
Ci si vede a banco, di lunedì.

The Jesus and Mary Chain - Just Like Honey

Back in time



Basta band nuove! Oggi Londonwatch va in totale controtendenza e vi parla di due gruppazzi che l'ultima volta che avevano suonato insieme non erano nati nemmeno i genitori dei Lets Wrestle.

Capita infatti che il 7 marzo scorso, per tre date consecutive allo Shepherd's Bush Empire, alla presenza di VIPss come Paul Weller e Robert Plant, si siano riuniti The Zombies. L'occasione era il 40esimo anniversario del leggendario Odessey And Oracle, presentato integralmente live per la prima volta in assoluto.
La domenica passata invece, per meri problemi di bollette, è toccato ai leggendari The Sonics, lo schizzato anello di congiunzione tra il primo rock'n'roll e tutto il movimento garage-punk da Iggy Pop ai Mudhoney.

Io dovevo assolutamente levarmi la curiosità, ma entrambi i concerti sono onestamente difficili da consigliare.
Gli Zombies ad esempio trovano ormai il loro target ideale tra il pubblico medio di una trasmissione di Paolo Limiti, e lo show prende i ritmi di conseguenza. È stato comunque affascinante sentire la travagliata storia di Odessey And Oracle raccontata direttamente dalla viva voce di Al Kooper, colui a cui va il merito praticamente integrale della sua distribuzione e fama. Inoltre certi pezzi come Care of cell 44 e She's Not There sono talmente magici che probabilmente valgono ancora il prezzo del biglietto da soli.
Ai Sonics poi non si può certo chiedere di essere punk anche a 65 anni e dopo quasi 40 di inattività. Suonano in maniera più che dignitosa, il che nel contesto è quasi un male, e ci mettono tutta la grinta di cui sono capaci. E alla fine gli appassionati di rockabilly (tantissimi in sala, di tutte le età) sono contentissimi così, e fanno scattare il pogo su più di un pezzo. Gerry Roslie poi bontà sua si fa cogliere da amnesia senile proprio sul più bello, scordando completamente le parole di Psycho e continuando a ripetere la prima strofa con sguardo smarrito.

Insomma, a questo turno invece di uomini brutti sono andato di uomini vecchi, ma se lo chiedete a me ogni scusa è buona per riascoltare roba come questa qua sotto.

>>>(mp3): The Zombies - Care Of Cell 44
>>>(mp3): The Zombies - A Rose For Emily
>>>(video): The Zombies - She's Not There (live @ Shepherd's Bush Empire, London, 08/03/08)

>>>(mp3): The Sonics - Psycho
>>>(mp3): The Sonics - Have Love, Will Travel
>>>(video): The Sonics - Strychnine (live @ Forum, London, 23/03/08)

Nota finale: i Sonics hanno azzardato ben due date al capiente Forum di Kentish Town, ma la seconda non stava vendendo bene. Come risolvere? Qua a Londra è facile: basta annunciare come supporter Pete Doherty, che tanto quando non si presenta pensano tutti che è il solito drogato inaffidabile e nessuno protesta. Nel caso specifico invece era andato a trovare i suoi nel Wiltshire (100 sterline che non sapeva nulla di tutto ciò).

mercoledì 26 marzo 2008

Rubies - piccole esplosioni al cuore

RubiesIl fatto che le Rubies fossero la prima band non svedese a venire pubblicata dalla Hybris Records (già casa di Vapnet, Kalle J e Sibiria, fra gli altri) mi aveva messo da subito una certa curiosità.
Che sorpresa, poi, leggere nel comunicato stampa i nomi di Simone Rubi (voce e tastiere) e Terri Loewenthal (basso), già nella formazione di quei californiani Call And Response che suonavamo un bel po' agli albori di polaroid alla radio, anni fa.

Così ho cominciato ad ascoltare il loro album d'esordio, Explode From the Center, e mi è venuto incontro con un sorriso questo pop morbido, che si concede con molta misura qualche leggero libertinaggio elettronico, e dove anche i molti ospiti illustri come Feist, Eirik Glambek-Bøe dei Kings Of Convenience o Maria Eriksson dei Concretes entrano quasi in punta di piedi.
In effetti, proprio questi sono molti dei riferimenti musicali che si potrebbero suggerire per Explode From the Center, oltre a un paio di intuizioni Blondie (l'ipnotica I Feel Electric e Diamonds On Fire) o alcuni momenti più folk, che mi hanno fatto venire in mente Nedelle (The Truth And The Lies).
Ma nelle nove canzoni di questo disco c'è anche altro, qualcosa come una sensualità senza impazienza che allontana ogni malinconia, e che nella progressione di Too Bright conquista la serenità di un Bacharach.

Le due fanciulle, che per abitudine pare si facciano accompagnare da musicisti dei vari Paesi che visitano, sono attualmente in tour con Whitest Boy Alive (sentire a questo proposito l'attacco di Stand In a Line), sono appena state remixare dagli Studio (quintessenza dell'hip nordico) e nel loro imminente nuovo singolo ci sarà anche un remix curato da Phil Manley dei Trans AM, già dietro il banco di regia per questo ottimo album.

>>>(mp3): Room Without a Key
>>>(mp3): I Feel Electric
>>>(mp3): I Feel Electric (Max Essa Remix)

venerdì 21 marzo 2008

Badlands & Owls


In questo freddo primo giorno di primavera, nell'uovo di Pasqua di polaroid trovate un piccolo regalo per me molto prezioso: si tratta di una nuova canzone degli A Classic Education, un demo proveniente dalle registrazioni che la band sta effettuando al Bombanella Studio, sulle colline modenesi.
Si intitola Badlands & Owls e chi ha visto nei mesi scorsi la band dal vivo la riconoscerà subito. Una canzone che procede tra gli echi di queste "terre selvagge" al passo spedito degli archi pizzicati e che sembra rincorsa dal vento, "thundering above the owls beneath the greed storm". Ma l'incedere solenne del ritornello non nasconde una nota funebre nell'organo: "dear I can tell you it's our funeral in the badlands".

In questi mesi gli ACE hanno prodotto due brani insieme al cantautore inglese Jeremy Warmsley e proprio Oltremanica è atteso finalmente il loro esordio su 7 pollici.
Sul suolo britannico i nostri torneranno il prossimo 11 aprile, per partecipare a una nuova serata Twee As Fuck al Buffalo Bar. Prima però faranno tappa al Bronson di Ravenna, per aprire il concerto di Lightspeed Champion l'8 di aprile.
Buona Pasqua a tutti.
(photo by Lucio)

>>>(mp3): A Classic Education - Badlands & Owls

giovedì 20 marzo 2008

Bye Bye Bicycle

Stagione di ascolti frammentari, ma non per questo meno piacevoli. Per esempio, i Bye Bye Bicycle dopo un singolo uscito su Cloudberry Records, hanno dato seguito ai primi demo dell'anno scorso pubblicando all'inizio di quest'anno un ep con sei tracce intitolato Five Little Lies.
Musicalmente il quintetto di Göteborg non ha fatto molto per migliorare la propria mancanza di grazia, soprattutto in quella voce parecchio mancuniana, ma in fondo mi piacciono così.
Una specie di incrocio acerbo e adolescenziale tra Babyshambles e Shout Out Louds con qualche influenza C86. Melodie spensierate, un paio di casse di birra e quelle strade tra i boschi inondati di sole da pedalare a più non posso.

>>>(mp3): Bye Bye Bicycle - Westside
Annie Hall back to Bologna

Torna la primavera e tornano gli Annie Hall in città. Questa sera, intorno alle otto e mezza, la band bresciana sarà in concerto al Circolo Sesto Senso (Via Petroni 9c).
A suo tempo avevamo presentato Cloud Cuckoo Land, il loro bell'album d'esordio, anche a polaroid . Poi gli Annies avevano restituito la cortesia, venendo a realizzare un sessione unplugged negli studi di Via Berretta Rossa, all'interno di MAPS.
Stasera si replica, perché di hugs & kisses non ce n'è mai abbastanza.

>>>(mp3): Annie Hall - Hugs & Kisses
>>>(mp3): Annie Hall - Ghost Legs (acoustic live at MAPS)

mercoledì 19 marzo 2008

Jamie & Jim

Non so dire se i numerosi fan di Multiply apprezzeranno allo stesso modo questo Jim, nuovo album dell'inglese Jamie Lidell, pubblicato sempre da Warp, ma a me sembra ancora più riuscito.
A parte la consueta dose di blackness, che sorprende ogni volta in questo stiloso giovanotto bianco, il suono si è fatto più morbido, meno sperimentale, lasciando l'elettronica in secondo piano.
Oltre ad abbondanti riferimenti a Stevie Wonder, Sly e Prince, qui e là nel disco emergono vere e proprie perle Motown e "northern soul" di scintillante eleganza. E mi sta piacendo davvero un bel po'.

La redazione di di MAPS ha appena realizzato una bella intervista con Lidell, ed è lui stesso a spiegare come sia stato Rick Rubin a convincerlo che Jim, molto più "suonato" rispetto al precedente, spaccava proprio perché non era una fotocopia di Multiply. E chi siamo noi per contraddire Rick Rubin?


>>>(mp3): Jamie Lidell - Another Day
>>>(video): Little Bit of Feel Good (dal vivo in studio)
>>>(contest): Remixa Jamie Lidell per Fluokids

martedì 18 marzo 2008

Matite (e webzine) per la radio

illustrazione di Emanuele Rosso
Città del Capo Radio Metropolitana ha compiuto vent'anni e tra le diverse iniziative per festeggiare c'è stata anche "Matite per la radio": 23 fumettisti e illustratori che hanno raccontato in una tavola originale il loro modo di percepire l'universo radiofonico.
Dopo la mostra (aperta fino alla fine di marzo al Rosso in Piazza San Martino 3/b a Bologna) è arrivato anche il cofanetto che raccoglie tutte le opere.
Tra nomi come Igort, Baronciani, Ratigher e Tuono Pettinato mi fa molto piacere segnalare anche il nostro Emanuele "Ehiuomo!" Rosso.
Il volume sarà ufficialmente presentato con un party questa sera al Locomotiv Club (Via Serlio 25/2) e per l'occasione i fumettisti metteranno da parte le matite, tireranno fuori i dischi e si caleranno nei panni dei dj. A supporto delle selezione musicale anche Francesco Locane, Beppe Persichella e il sottoscritto. Ingresso 5 euro, con tanto di cofanetto in omaggio!

A festeggiare la nostra cara emittente ci si è messa anche la webzine statunitense Pitchfork, che ieri ha regalato a MAPS una news con video per segnalare il live dei Los Campesinos! negli studi di Via Berretta Rossa di qualche giorno fa.
Bella régaz!

venerdì 14 marzo 2008

Primo!



Non so se sono davvero il primo in Italia a parlare dei Broken Records - non controllo e non mi interessa - ma ormai avevo promesso in giro che il post lo chiamavo così.
È che salta fuori che la loro data al Soho Revue Bar di martedì era anche la loro prima fuori dai confini natali.
E loro sono di Edinburgo, mica troppo in là.
Piccoli, teneri cucciolotti dal musetto bagnato.

Ma torniamo un secondo al Soho Revue Bar.
È il tipo di posto in cui l'indie kid medio, che con grandissima licenza poetica interpreto per voi, si sente decisamente disorientato.
Piccolo ma lussuoso ex night club nel bel mezzo della zona luci rosse, insieme ad altri locali del quartiere come il Punk o il CC Club è usato ben più spesso come palestra per future star del pop che come vetrina indie. Questo ovviamente si riflette nei comportamenti dell'avventore standard, il quale inizia a riempire il locale al contrario: prima i tavolini con i posti a sedere, poi il bar, e infine, se proprio ormai dietro si sta stretti, nella pista da ballo di fronte al palco.
Per cui il primo in scaletta se lo meritano: canta come James Blunt, suona come James Blunt, compone patetiche ballate wannabe-strappalacrime alla James Blunt, ma si chiama Richard Walters, è BRUTTO (immaginate tipo Moby ma alto normale) e di conseguenza non se lo fila nessuno. La scena è sinceramente molto triste.

Poi tocca ai nostri eroi.
Le coordinate sono facili.
La più evidente, quella che se davvero diventeranno famosi verrà invariabilmente citata da tutti fino alla nausea, rimanda a quel gruppo canadese che comincia per A e finisce per RCADE FIRE. C'è la line-up numerosa, ci sono violini e violoncelli, la voce lamentosa e inequivocabili crescendo epici stile Rebellion (Lies) o No Cars Go. Sul loro MySpace c'è pure una foto in cui sono praticamente identici, e ci vuole un po' a rendersi conto che non c'è in mezzo anche Win Butler e soprattutto - gravissima svista tattica - nemmeno una donna.
Ma è la Scozia in realtà la vera protagonista, con le sue melodie e i suoi balli popolari spettacolarmente mescolati in una formula folk-rock che ricorda anche gli Okkervil River, ma che mantiene comunque una cifra stilistica personale, e che soprattutto quando ingrana la quinta diventa impossibile da resistere.
Avendo passato tutto il 2007 a fare gavetta nel paese natìo, dove la gente urlava "HYPE!" e poi sveniva per l'agitazione, i nostri sanno ormai perfettamente come si scoperchiano tetti e come si prende per mano una folla. Ancora non si contorcono per terra in preda a crisi mistiche come i colleghi d'oltre oceano, ma quando pestano sono inesorabili, e anche i fighettini seduti ai tavoli non possono fare a meno di alzarsi e dimenare le chiappe.
Ora è solo questione di tempo.

Infine, gli headliner si chiamavano The Heart Strings.
The Heart Strings.
Già il nome era troppo, me ne sono tornato a casa DI CORSA.

>>>(mp3): Broken Records - A Good Reason

giovedì 13 marzo 2008

Rock'n'roll e ridarella
Intervista agli Heike Has The Giggle

Ho incontrato per la prima volta una canzone degli Heike Has The Giggles tramite qualche link dei loro conterranei Clever Square. Un sound dal robusto impianto post punk con parecchie influenze di certo indie-rock Anni Novanta e una voce femminile già in cerca di una propria personalità. La curiosità è stata immediata.
Li ho visti dal vivo quest'inverno al Vox di Nonantola, a un concorso per band emergenti non proprio esaltante. La differenza rispetto agli altri in gara quella sera era evidente, nonostante fossero i più giovani sul palco.
Ora li ritroverò sabato al Mattatoio Club di Carpi, e dopo il live avrò anche il piacere di mettere un po’ di dischi insieme a SoneekMX.
Non vedo l'ora di sentire che progressi hanno fatto i ragazzi in questi mesi. Il tempo è tutto dalla loro parte. La Romagna Indie continua a sorprendermi e a regalare belle soddisfazioni.

(mp3): Heike Has The Giggles - Two Sisters


Cominciamo dall'appello: chi sono i membri degli Heike Has The Giggles, come vi siete conosciuti e come è nata l'idea della band?

E.: Emanuela suona la chitarra e canta, Matteo suona il basso e fa qualche coro e Guido suona la batteria. Gli Heike Has The Giggles sono nati quando, più o meno in terza media, io e Guido, dopo essere stati fidanzati per una paio d'anni, abbiamo deciso di lasciarci e di mettere su un gruppo. L'unica cosa certa era che di power trio si dovesse trattare. Il nome era un altro. È andata avanti per tre quattro anni, con diversi bassisti. Non suonavamo quasi mai in giro, non avevamo la patente, non esisteva MySpace e nessuno di noi possedeva una drum machine.
Poi a settembre 2006 abbiamo chiamato Matteo, che conoscevamo sin da bambini, e abbiamo voluto cominciare a fare sul serio.

Tutte le recensioni del vostro primo demo "How To Giggle" ricordano che il vostro paese, Solarolo (RA), è anche la patria di Laura Pausini. A parte questo imprescindibile riferimento, com'è la scena musicale dalle vostre parti? Vista da fuori, Ravenna in generale sembra piuttosto attiva negli ultimi tempi.

M.: Sì ultimamente c'è parecchia attività e ci sono diversi gruppi validi che non sono stati ancora troppo considerati come meritano, secondo me.

E.: Con MySpace mi sono accorta che i gruppi della zona sono più di quanti pensassi. Per alcuni ho molta stima.

G.: Il bello è che si sentono molti "generi" diversi.

Nelle vostre canzoni ci sono chitarre secche e spigolose contro una ritmica tirata che spesso (soprattutto dal vivo) sembra prendere una piega più funky. È corretto parlare di post-punk o certe etichette non vi interessano troppo?

G.: Secondo me facciamo dell'heavy pop.

E.: Non so se sia corretto, ma mi lusinga molto la definizione di "post-punk", quindi prendo e porto a casa. Solo, penso che un'etichetta non potrà mai render conto fino in fondo di ciò che fai.

M.: Non mi interessano troppo le etichette e penso che autodefinirci significherebbe precluderci determinate strade quando componiamo/arrangiamo un pezzo.

Già, chi scrive le canzoni? E quali altri altre influenze porta ognuno? Per esempio, nella voce si può riconoscere un tributo a certo rock femminile alla PJ Harvey, ma l'immediatezza di alcune canzoni ha fatto tirare in ballo anche rock britannico tipo Arctic Monkeys...

E.: Scrivo io... molti testi fanno riferimento alla letteratura, altri a film, altri ad altro ancora. Cerco di non scrivere cose "a caso", come capita di sentire sempre più di frequente oggi.
Per la musica, sicuramente avere certi ascolti mi influenza in qualche modo, ma non penso ci sia un filo così diretto tra ciò che ascolto e ciò che faccio. Posso dire con certezza e con orgoglio che tutto è cominciato con le Spice Girls e che poi, a 12 anni, ho imparato a suonare la chitarra grazie a RHCP e RATM.

G.: Io porto quello che ascolto: principalmente punk, hcm e dance punk.

M.: Amo lo stile funky anni '70 e l'rnb, forse si sente. Diciamo che ascolto parecchie cose differenti e cerco di essere vario anche quando suono.

Per ultima, la domanda più scontata: da dove viene il nome della band? Perché Heike ha questa ridarella?

E.: Il nome viene da un mio viaggio. Ho fatto il liceo linguistico, studiavo tedesco e Heike era la protagonista del libro di testo: una volta doveva andare a fare la spesa, un'altra a trovare un'amica in Italia per le vacanze di Natale e così via.
La storia della "ridarella", invece, è troppo lunga.
Però, a posteriori, il nome è diventato, credo, una sorta di definizione adatta per ciò che siamo: allegri di facciata, ma tristi nel profondo. La "ridarella" di cui si parla infatti è rassegnata ed ironica.
Milano, zombi e marziani

Andrea Girolami è un giovane giornalista musicale che, dopo i pionieristici inizi con la web-radio Loser, è approdato a QOOB, canale televisivo che più di tutti cerca di contaminarsi con la Rete. Nel mezzo, ci sono ancora le parole: quelle su carta (il mensile Rumore) e quelle sul suo blog.
L'esperimento Milano for zombies ora tenta un'altra strada. La forma è quella di piccoli racconti (ognuno con il nome di un quartiere: Cimiano, Loreto, Lambrate...), in qualche modo implicitamente legati fra di loro, pubblicati in maniera "fanzinara" da Punk Not Diet: 150 pregiatissime copie cartacee oppure gratuitamente scaricabile in PDF.

Non si tratta di adolescenziali ambizioni letterarie, né Milano for zombies sembra avere troppe pretese di indagine di costume. Quello che mi piace di questo piccolo libro è proprio il tono: quello di un candido marziano che, sbarcato sul pianeta, si mescola agli esseri umani, ne condivide ogni gesto, ogni abitudine, ogni noia e ogni eccesso, ma in qualche modo ne resta sempre estraneo, compiendo una specie di "immedesimazione distante". E da questi racconti, pare che Milano sia il territorio ideale per questo genere di condotta.
Non c'è quasi tempo in queste pagine, quasi nulla si proietta dal passato verso un futuro. Minime storie senza eventi decisivi, tutte al presente. Anche i luoghi, per quanto si cerchi di distinguerli in modo minuzioso, sembrano non avere comunicazione fra di loro. Ci si immerge in metropolitana, si sbuca da qualche altra parte, alcuni fatti accadono, si torna a scomparire. Le differenze geografiche restano appena alcune facciate di palazzi, corrispettivo delle facce intercambiabili dei personaggi con cui si interagisce, sullo sfondo di una meteorologia neutra. Chissà come vedono la nostra città gli occhi di un solitario marziano.
I racconti sono raccolti intorno a una piantina di Milano di qualche secolo fa dove alcuni fumetti indicano luoghi di oggi (Sottomarino Giallo, Circolo Magnolia...), con uno sfasamento dovuto probabilmente alla lunghezza dei viaggi nello spazio. Del resto, chi può dire con esattezza dove si trovi la natia Macerata, indicata con vaghezza fuori pianta, e se esista per davvero.
Ma in questa mappa, nella sua inadeguatezza e al tempo stesso nella sua determinazione, si riconosce un tratto simpatico, un identico desiderio di conoscere, un passo che a tutti capita di condividere, sbarcati in un mondo nuovo.

Due note per concludere: ci sono anche alcune cose che non mi piacciono in questi racconti, in gran parte riconducibili al fatto che Andrea non ha chiesto a me di correggergli le bozze. A volte la tendenza è quella di metterci dodici righe per esprimere un'immagine che se lasciata a metà sarebbe potente il doppio. Alcune citazioni "cheap" abbassano il tono qui e là. Ma in fondo si tratta di dettagli.
Invece la confezione grafica, merito di Elena Giavaldi, con foto di Lara Pettinelli, è sobria e magnifica, direi quasi sprecata. Mescolando interventi tipografici vintage con immagini di altre epoche, che a Milano sopravvivono sommerse, restituisce in pieno la sensazione di disorientamento delle parole, la vita quotidiana degli zombie che popolano questi racconti, del tutto simile alla nostra.


>>> Leggi Milano for zombies

martedì 11 marzo 2008

The drums. The drums. The drums...

In questi giorni sono sfasato, poco propenso all'aggiornamento e abbastanza occupato da impegni noiosi. Così i miei ascolti musicali procedono un po' a caso.
Per fortuna mi arrivano un sacco di segnalazioni interessanti da un po' di amici. Ne raccolgo alcune qui, per non dimenticarmele come faccio sempre.


Slow Club

Gli Slow Club sono Rebecca e Charles, da Sheffield. Lei pesta la batteria stando in piedi e lui suona la chitarra. Incrociano le loro voci su graziose melodie country folk e se ne vanno tutti felici ai concerti di Rod Stewart, oppure in tour con Tilly & The Wall e le Au Revoir Simone. Gruppo cariiino da battimani per eccellenza, biscotti e biglietti d'amore, pic-nic in collina una delle prossime domeniche pomeriggio. Hanno pubblicato due 45 giri su Moshi Moshi e stanno registrando l'album di debutto.

>>>(mp3): Slow Club - Me and You
>>>(video): Slow Club - Because We Are Dead


Electricity In Our Homes

Un ep su vinile con quattro tracce prodotte da John Linger (Neils Children) che non dura nemmeno otto minuti: questo il biglietto da visita degli Electricity In Our Homes, quartetto no-wave londinese vestito rigorosamente di grigio. Il Guardian ha scritto di loro "they are all spindly art-funk and grotesque rhythmic spasms" e i riferimenti sono proprio al post-punk più abrasivo e urticante di inizio Anni Ottanta. Attenzione, c'è da prendere la scossa.

>>>(mp3): Electricity In Our Homes - We Don't Need Honesty
>>>(video): Electricity In Our Homes - Louie Louie


The Ting Tings

The drums. The drums. The drums... L'avevo sentita per la prima volta da Fabio De Luca all'ultimo Vitaminic Party a Milano. The drums. The drums. The drums... Poi, piano piano, l'ho vista fiorire come profile song su mille myspace colorati. The drums. The drums. The drums... Noto che li hanno invitati al SXSW e che fanno impazzire anche prestigiose giornaliste dalle nostre parti. A questo punto, con quel martellante The drums. The drums. The drums... e quella chitarrina modesta da "nuova Brimful of Asha", mi arrendo pure io ai Ting Tings (non proprio dei debuttanti, a quanto pare) e al loro inno Great DJ, con o senza il buon remix di Calvin Harris.

>>>(mp3): The Ting Tings - Great DJ (IDC Rerub)
>>>(mp3): The Ting Tings - Great DJ (Calvin Harris remix)
>>>(video): The Ting Tings - Great DJ

venerdì 7 marzo 2008

Be gentle with them



Bentornati a Londonwatch, l'inserto del venerdì di Polaroid!
No, non potete richiedere Polaroid senza.
No, non potete nemmeno buttarlo nel cestino.
Fatevene una ragione.

Arrivo al dunque: ve li ricordate i The Boy Least Likely To, no? Quelli che con The Best Party Ever avevano sfornato uno dei dischi piu' glam/giocattolosi del 2005, che usavo spesso per rincretinirmi e regredire a un rassicurante stadio infantile nel periodo in cui "studiavo" per laurearmi.
Beh, la settimana scorsa hanno fatto uscire un nuovo singolo, I Box Up All The Butterflies, e hanno ben pensato di testare il nuovo materiale con un paio di date in posti più piccoli del solito.
Ieri sono quindi andato a controllarli allo storico Water Rats Theatre, ex luogo di ricreazione per una manciata di artisti snob del 19esimo secolo, ora usato come venue per concerti indie da 100 persone schiacciate come sardine. Per il sottoscritto serata decisamente a rischio, perchè musica del genere è completamente umorale e non ha mezze misure: o ti ci abbandoni, o la rigetti che nemmeno Cassano coi cartellini rossi (date un benvenuto alla prima citazione calcistica mai apparsa su Polaroid).

Beh, io non sapevo che i The Boy Least Likely To fossero addirittura in sette.
Ma soprattutto non mi aspettavo una band così rodata, grintosa e sicura di sè, capace di mettere su un ritmo inarrestabile e costruire allo stesso tempo un'atmosfera accogliente da festa in famiglia e - vedi Jof Owen con quel pugno costantemente alzato a ritmo con la batteria - momenti di esaltazione manco stessero suonando a Wembley.
No dico: scordatevi i coriandoli degli I'm from Barcelona, scordatevi le Cinnamon degli Offlaga, questi hanno lanciato bignè!
Ero pronto a mandarli a quel paese alla prima mossa sbagliata, ma ho addirittura finito per trovare la loro ora e 10 di spettacolo maledettamente breve e frustrante, con i tanti pezzi nuovi perfettamente all'altezza dei vecchi.
Insomma: per i fans, ottime notizie.
Lo posso dire con certezza perchè finchè c'ero ho conosciuto le tre presunte presidentesse del fan club, e me l'hanno confermato.
Pazze.

>>>(mp3): The Boy Least Likely To - I Box Up All The Butterflies
>>>(video): The Boy Least Likely To - Be Gentle With Me
I don't care 'cause I love you baby that's not lie


Mentre il titolare di questo blog cercava di barcamenarsi tra un sorso di santori e l'altro, la sottoscritta Fagotta ha bellamente poltrito su ogni ascolto poco polaroidiano in cui potesse imbattersi. Mi sono rincitrullita di hip hop di bassa lega e sono sprofondata tra le braccia sedative di qualsivoglia cantautore. Ho persino ascoltato Luca Carboni. A volte noi volenterose stagiste abbiamo bisogno di una reazione critica ai coretti ai battimani e alle trombette, per ricaricarci. O scaricarci. In ogni caso abbiamo sempre la peggio.
Poi mi arriva notizia di una cover prestigiosa, che probabilmente uno dei nostri amati collaboratori radiofonici non mancherà di presentarci prossimamente in trasmissione; e così, vengo a conoscenza dell'esistenza di tale Dent May. Cioè, vengo a conoscenza di Dent May ma soprattutto del suo magnifico ukulele.
Non farò mistero del mio debole per il chitarrino hawaiiano, da cui da mesi io stessa cerco di cavare dei suoni apprezzabili non solo per gli amici a quattrozampe. Per cui un ragazzotto che si presenta fin dal nome in compagnia del suo strumento semi-tascabile non poteva lasciarmi indifferente. Il fatto è che Dent (ormai i cantanti si chiamano solo per nome qui a Polaroid) è una specie di sosia di Philip Seymour Hoffman. Solo più inquietante. Ha questo capello leccatissimo e pettinato con una riga quasi straight edge, porta degli occhiali giganteschi da bambino secchione-potenziale-serial-killer e si veste come un damerino povero. Insomma è perfettamente di maniera. E dire che non è nemmeno svedese. Da Oxford, Mississippi, arriva un Ep di canzonette liberamente scaricabili sul suo Tumblr (!), intrise di malinconica gioia, con un tocco anni'50, i battimani e i coretti di cui sopra. Siamo daccapo. Dent May & His Magnificent Ukulele me l'ha fatta, ha vinto la sua voce che più Lekman non si può, le sue mossette con calice di vino in mano e maracas nell'altra (assurdo ma perfettamente probabile - un po' come i nerd che bevono il mojito) il suo atteggiamento à la Magnetic Fields. Perché siamo deboli e abbiamo bisogno di ridere anche degli inciampi d'amore.
So che questo post tradisce il caratteristico aplomb di questo glorioso blog ma ascoltate When you were mine di Prince rifatta dall'oxfordiano del Mississippi e capirete.
Impagabile.
(nella foto Dent versione cantante da matrimoni)


>>> (video) Dent May & His Magnificent Ukulele - Oh Paris!
>>> (mp3) Dent May & His Magnificent Ukulele - A Brush with velvet EP

sabato 1 marzo 2008

I'd rather be in Tokyo
I'd rather listen to Thin Lizzy, oh
Watch the Sunday gang in Harajuku
There's something wrong with me, I'm a cuckoo


Ci sentiamo tra una settimana. Sarò off line per un po'. Nel frattempo affido il blog a LaFagotta, a Valido e a tutti gli altri pregiatissimi collaboratori di queste pagine. Kanpai!